Fermare i predatori dell’acqua è possibile

 

“Tutte le acque …sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata  ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio…”.

Qualcuno dovrà spiegarci cosa hanno a che vedere tali sacrosanti principi, contenuti nel primo articolo della Legge Galli (L.36/94, recante disposizioni in materia di risorse idriche), con la messa sul mercato e la privatizzazione dell’acqua.

Come è possibile credere che una società per azioni, unica forma gestionale pretesa dal legislatore italiano per il ciclo delle acque, possa ad esempio porsi l’obiettivo del risparmio, quando ad un maggior consumo corrisponde, ovviamente, un maggior fatturato?!?

L’assurdità di tutto ciò appare fin troppo chiara. Così come, appare chiaro a tutti che la “mercificazione” dell’acqua, fondamentale per la vita come l’aria che respiriamo e la luce del sole, corrisponde alla mercificazione del diritto stesso alla vita.

Eppure nell’assoluta disinformazione dei propri cittadini la gran parte dei Comuni del nostro Paese stanno obbedendo senza obiezioni, in barba al tanto decantato federalismo, ad una norma anticostituzionale ed inapplicabile, quale è il famigerato articolo 35 della Legge Finanziaria 2002. Una norma, unica in Europa, con la quale si sta imponendo (entro il termine del 30 giugno 2003) la trasformazione di tutte le aziende municipalizzate o consortili che gestiscono il servizio idrico, in Società per azioni da vendere a privati per almeno il 40% della loro proprietà.

Ma la cosa ancora più grave è che in capo a tre anni, per cercare di mantenere la gestione dell’acqua nel proprio territorio, tali s.p.a. dovrebbero partecipare a gare pubbliche aperte a livello internazionale, con enormi possibilità che ad aggiudicarsi tali gestioni siano le solite multinazionali che tanti disastri stanno determinando in molti Paesi del mondo.

Uno scenario davvero inquietante che anticipa nel nostro Paese quanto si vorrebbe trasformare in disposizione vincolante, in tutti gli Stati aderenti al WTO, con i nuovi accordi generali sul commercio dei servizi pubblici (GATS), le cui trattative pressoché clandestine culmineranno nel vertice di Cancun (Messico) del Settembre prossimo.

Uno scenario che necessita di una forte e pronta reazione da parte dei cittadini, delle autonomie locali e dei movimenti.

…Ma prima di valutare le possibili strategie di difesa da questo attacco ai nostri diritti fondamentali, è bene capire quali sono state le ragioni che ci hanno condotto sino a questo punto.

Più che ragioni si tratta in realtà di una marea di bugie e mistificazioni.

 

Le “balle” liberiste non tengono più

 

Innanzitutto si sostiene da tempo, in ossequio al cosiddetto “pensiero unico”, che la gestione privata in regime di libero mercato, essendo stimolata dal business, sia sempre più efficiente, efficace ed economica di quella pubblica …E mentre a sostegno di questa tesi si portano avanti alcuni esempi di mala gestione, magari realmente verificatisi, non si parla dei numerosi esempi di ottime gestioni  pubbliche. Gestioni come quella del mio territorio, dove un consorzio di 50 Comuni, nato 40 anni or sono, distribuisce a circa 350.000 utenti ottima acqua potabile ad una tra le più basse tariffe praticate in Italia, conseguendo peraltro utili di gestione costantemente reinvestiti per migliorare il servizio. Ma non si parla soprattutto di quali pessimi risultati in termini di costi per l’utenza e di qualità dei servizi hanno prodotto, alla prova dei fatti, le privatizzazioni in giro per l’Italia e per il mondo. Tanto è vero che proprio laddove si è partiti per primi con le privatizzazione (basti per tutti la fallimentare esperienza delle Ferrovie britanniche) ci si sta oggi impegnando per tornare alla gestione pubblica degli stessi servizi. Ma senza ricorrere ad esempi lontani basti documentarsi sulla stampa economica di questo Paese sul vero e proprio fiasco della Nuove acque Spa di Arezzo, prima società di gestione del servizio idrico integrato italiana partecipata da partner privati multinazionali.

Ma oltre a ciò, non viene confessata l’origine dei tanto decantati margini di competitività che il privato vanta di conseguire: essi afferiscono principalmente al taglio dei livelli occupazionali e all’abbattimento dei diritti e delle garanzie per i lavoratori coinvolti.

Appare peraltro quantomeno bizzarra la posizione dei rappresentanti istituzionali e degli amministratori pubblici che sostengono la maggiore validità della gestione privata rispetto a quella pubblica … Le cose sono due: o affermando ciò ammettono la loro totale inaffidabilità, oppure, ancora peggio, manifestano di aver molta più cura delle aspettative dei privati che dei diritti dei propri elettori!!!

 

Speculazioni private o investimenti pubblici?

 

Altro argomento ricorrente con il quale si motiva l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua è quello relativo alla necessità di reperire risorse per realizzare gli investimenti indispensabili ad elevare gli standard dei servizi e a ridurre, ad esempio, le perdite delle reti.

Si afferma ciò, come se il privato mettesse a disposizione i propri soldi “gratuitamente” per amore del prossimo!!!

Ovviamente le imprese ed i gruppi finanziari privati intervengono in un settore come quello dell’acqua, che per sua natura non potrà mai andare in crisi, allo scopo di conseguire, attraverso gli utili di gestione, la massima remunerazione possibile dei propri investimenti. In altre parole, sulla base di “spietati” piani finanziari, il privato ricava attraverso l’aumento delle tariffe le risorse necessarie, oltre che ad ammortizzare i propri investimenti, soprattutto ad incamerare lauti profitti!

Non si capisce perché il pubblico, che non deve necessariamente conseguire alcuna remunerazione dell’investimento, non possa operare, se necessario, analoghe pianificazioni finanziarie, riuscendo peraltro (al contrario del privato) a dosare il carico dell’ammortamento di tali interventi: in parte sulla fiscalità generale ed in altra parte sulla suddetta tariffa. 

Infatti se è vero, come è vero, che l’acqua è un diritto è la stessa logica economicista che si intende applicare alla sua distribuzione che appare sbagliata. Ritengo, in buona sostanza, che gli investimenti nel settore dell’acqua non debbano trovare necessariamente integrale copertura attraverso la tariffa (come vorrebbe la Legge Galli), ma debbono essere supportati dalla fiscalità generale.

….E non si dica che non ci sono i soldi perché qualsiasi essere pensante comprende immediatamente quanto sia prioritario sistemare, ad esempio, la rete idrica in Sicilia rispetto alla costruzione del famigerato Ponte sullo stretto!!!

 

Altro che governo pubblico della risorsa idrica!!

 

Un ulteriore subdolo argomento usato dai sostenitori del mercato per minimizzare la portata negativa della perdita della gestione dell’acqua, da parte degli enti pubblici, è quello secondo il quale il nuovo assetto del settore previsto dalla Legge Galli, prevedendo un’Autorità d’ambito (ATO) con funzioni di programmazione, salvaguarderebbe il controllo pubblico sulla gestione di questa risorsa fondamentale.  Ma come è mai pensabile che dopo aver smobilitato le aziende pubbliche di gestione ed il loro grande patrimonio di esperienze e competenze, per affidare in appalto per 30 anni (come prevede la Legge) la gestione del ciclo dell’acqua, si possa mantenerne l’effettivo controllo?!? 

E’ la catena stessa delle conoscenze che viene spezzata con tali scelte …E chi, da amministratore locale vive sulla propria pelle la gestione di contratti di servizio con imprese private, sa quanto è facile per queste (soprattutto se solide e raffinate come le imprese multinazionali) individuare gli spiragli contrattuali ove infilarsi per salvaguardare sempre e comunque i propri margini di profitto a scapito dell’utenza!!!

 

L’acqua nella normativa Comunitaria

 

Ma la dove non bastassero le mistificazioni o i falsi argomenti si ricorre esplicitamente alla menzogna quando si afferma ad esempio che la liberalizzazione della gestione del ciclo dell’acqua sarebbe imposta dalla normativa comunitaria.

In realtà a differenza di altri servizi pubblici locali, come la distribuzione del gas ed i trasporti (la cui liberalizzazione è oramai norma cogente a livello europeo), per il settore dell’acqua, sebbene siano in corso i suddetti sciagurati trattati sovranazionali sul commercio dei servizi, non esiste allo stato attuale alcuna disposizione che impedisca il monopolio pubblico del servizio.

Tanto è vero che la Corte Europea di giustizia si è più volte pronunciata ribadendo tale principio. Principio peraltro praticato largamente in altri paesi Europei.

In realtà, è proprio la trasformazione in società per azioni delle Aziende pubbliche consortili esistenti o la formazioni nuove società di capitali per la gestione del servizio, a determinare il rischio di incorrere nelle rigide disposizioni Comunitarie in materia di libera concorrenza (in quanto soggetti giuridici di diritto privato anche quando la proprietà è interamente o maggioritariamente pubblica).

 

L’articolo 35 si può contrastare

 

Quindi è solo l’articolo 35 della Finanziaria 2002 ad imporre la privatizzazione e la liberalizzazione dell’acqua nel nostro Paese.

Una norma che (…è utile saperlo) seppure varata dal Governo Berlusconi, non nasce con esso, ma è il prodotto di un processo di controriforma che ha visto i precedenti Governi di centro sinistra, succubi (soprattutto in questo campo) del “pensiero unico” liberista, aprire vere e proprie autostrade in tale direzione. Contraddizioni ed inquietanti “trasversalismi” evidenziatisi nella discussione parlamentare dell’ultima Legge Finanziaria, quando mentre un gruppo di Deputati del PRC e del centro sinistra legati al movimento tentava unitariamente di abrogare la norma in questione, altri parlamentari dello stesso schieramento (Bassanini, Amato, ecc.) presentavano emendamenti unitari con esponenti del centro destra per accelerare la privatizzazione del settore, accentuando gli aspetti più liberisti dell’articolo 35.

Nonostante ciò questa norma, può essere oggi efficacemente contrastata oltre che sul piano sociale e politico anche sul quello istituzionale, in quanto, a distanza nove mesi dal termine stabilito, risulta ancora priva del necessario regolamento attuativo. Inoltre, essendo stata impugnata da diverse Regioni di fronte alla Corte Costituzionale per ingerenza statale nelle esclusive competenze regionali, cosi come stabilite dal nuovo titolo v° della Carta Costituzionale, la stessa norma potrebbe essere cancellata da un momento all’altro. Non solo, le imposizioni di stampo liberista dell’articolo 35 possono essere ribaltate con l’iniziativa legislativa delle Regioni che possono ripristinare la facoltà per gli enti locali di mantenere il monopolio pubblico, come sembra fare la recente nuova Legge dell’Emilia Romagna.

 

Resistere, resistere, resistere

 

Al momento si tratta quindi di “resistere”.

Si tratta di non scoraggiarsi e di continuare a lottare con maggiore impegno, informando capillarmente e coinvolgendo in tutti i modi possibili i cittadini, con petizioni, convegni, conferenze e dibattiti nei quartieri, nelle scuole, negli oratori, ecc.

Si tratta di opporsi in tutti i modi alla costituzione da parte degli Enti Locali di nuove società per azioni o, quantomeno, all’ingresso di privati nel loro capitale sociale, laddove fossero già state costituite.

Si tratta di rafforzare le forme di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte gestionali e al controllo delle gestioni pubbliche esistenti.

L’importanza e l’essenzialità dei diritti e dei bisogni colpiti dai processi di privatizzazione in atto, l’emergenza democratica ad essi correlati, l’ampiezza della base sociale interessata, rendono praticabile questa “controffensiva” antiliberista e riformatrice.

Le forti ragioni sottese possono rendere tutt’altro che evanescente e minoritaria tale iniziativa e più che plausibile l’ipotesi di un suo successo.

L’importante è agire senza indugi e/o tentennamenti, scrollandosi di dosso, il “pensiero unico” e/o l’approccio rinunciatario al problema sotto cui spesso si cela la sudditanza a tale pensiero.

 

Marzo 2003

 

Massimo Rossi

Sindaco di Grottammare