L’acqua è un bene comune da salvaguardare,
un diritto umano da assicurare… non una merce su cui lucrare!
La ricerca di tracce d’acqua persino sul pianeta Marte, allo scopo di verificare l’esistenza, attuale o remota, di una qualsiasi forma di vita, dovrebbe farci ricordare che tale risorsa è alla base della nostra esistenza.
Sembra infatti che ce ne stiamo dimenticando.
Sprechi, contaminazioni, disinteresse, disinformazione, sono solo le parole chiave che da qualche decennio riusciamo meglio a collegare a questo fluido straordinario.
Solo di recente, in presenza di problemi conclamati a livello nazionale e globale, ci si preoccupa di farne oggetto di interventi educativi, culturali e politici…Meglio tardi che mai!
L’acqua, si afferma giustamente in molta letteratura e normativa, è un bene comune, appartiene all’umanità e non può essere negata a nessun essere umano.
…E allora cosa c’entra con questi principi universalistici e solidaristici quanto sta avvenendo, a partire dalle nostre pessime abitudini sino ad arrivare alle assurde scelte politiche dei Governi?
Consumi e sprechi:
Anche nella nostra regione il consumo di acqua potabile giornaliero pro capite è mediamente superiore ai 200 litri (salvo rare eccezioni), analogamente alla media nazionale.
Di questi, meno di 3 litri servono per bere. Il resto va: nello sciacquone (30%), nella lavatrice, lavastoviglie, ecc. (30%), nella vasca da bagno, doccia o igiene personale in generale (30%); la parte restante va ad annaffiare le nostre piante, al lavaggio del balcone, del marciapiede, dell’auto, del cortile ecc.
Tutto ciò a fronte di un fabbisogno umano stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in 50 litri giorno.
A questo riguardo è bene ricordare che un miliardo e mezzo di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile ed in conseguenza di ciò ben 5 milioni di persone, in maggioranza bambini, muoiono ogni anno per malattie causate da acqua contaminata..
A livello nazionale il consumo domestico in realtà rappresenta il 15% dei consumi totali mentre il 25% dell’acqua è utilizzata nell’industria ed il 60% nell’agricoltura… con grandi sprechi, evitabili se solo si adottassero adeguate modalità di irrigazione e venissero abbandonate colture intensive ad alto fabbisogno idrico. L’Italia è infatti considerata una delle prime nazioni al mondo per gli sprechi nei processi produttivi agricoli ed industriali.
Per giunta le reti di distribuzione disperdono una quantità d’acqua stimata in circa il 42% del totale, anche se nella nostra regione, fortunatamente, i dati risultano essere più confortanti.
Alcuni esempi di sprechi ingiustificati (evitabili) nelle abitudini quotidiane:
· Spesso il nostro rubinetto è inutilmente aperto alla pressione massima. Mentre ci laviamo i denti questa cattiva abitudine manda nello scarico circa 5 litri d’acqua.
· Per un capello schiacciamo il pulsante dello sciacquone perdendo così quasi 10 litri di acqua.
· Un rubinetto che perde 30 gocce al minuto disperde 200 litri in un mese… 2400 litri in un anno.
· Fare il bagno anziché la doccia comporta mediamente un consumo tre o quattro volte maggiore.
A fronte di ciò, oltre ad una maggiore attenzione a questi comportamenti, ci sarebbero una serie di semplici applicazioni (filtri miscelatori di aria nel rubinetti, dosatori negli sciacquoni) che se adeguatamente industrializzati e diffusi potrebbero ridurre sensibilmente gli sprechi.
L’insensato e dannoso consumo delle acque minerali.
Nella nostra regione non risulta essere di molto inferiore alla media nazionale il consumo pro capite di acque minerali nonostante che i nostri acquedotti adducano acque complessivamente di buona qualità in alcuni casi ottima (quella dei Sibillini, ad esempio, è oligominerale!).
Ogni persona consuma in media oltre 155 litri di acqua minerale l’anno (la media nazionale nel 2002 è stata di 169 litri!)
Siamo i primi al mondo in questa incredibile classifica (ad esempio i tedeschi ne consumano 100 litri pro capite mentre gli olandesi appena 17).
Questo avviene nonostante l’acqua minerale costi mediamente circa 1000 volte di più dell’acqua del nostro rubinetto: una bottiglia arriva a costare (e spesso supera) 0,70 al litro … esattamente come un metro cubo (1000 litri) sulla nostra bolletta! A Ciò non corrisponde una migliore qualità; anzi! L’Istituto Superiore di Sanità, meno di un anno or sono, su richiesta della Magistratura ha accertato su 28 marche di acque minerali ben 23 irregolarità nelle etichette e nella presenza di sostanze indesiderate quali: pesticidi, tensioattivi, idrocarburi polinucleati aromatici, ecc). Le aziende che imbottigliano acque minerali non sono tenute infatti a testare l’acqua quotidianamente come avviene, per legge , per i nostri acquedotti.
Altre cause di questo assurdo consumo sono gli eccessivi e ingiustificati pregiudizi sul nostro rubinetto e la pubblicità martellante operata dalle multinazionali che detengono quasi gratuitamente le concessioni per l’imbottigliamento, pari per invadenza solo a quella per le automobili. Una pubblicità spesso ingannevole - si pensi alla famosa “particella di sodio solitaria” - (…la differenza di sodio tra un acqua e l’altra è talmente irrilevante che una sola fetta di prosciutto la compenserebbe per una settimana!).
Ciò, oltre a determinare un preoccupante disinteresse ed una deresponsabilizzazione dei cittadini, rispetto alla qualità delle nostre acque, causa altri danni ambientali come i 5 miliardi di bottiglie di vetro e di plastica da smaltire, di cui 4 miliardi finiscono in discarica occupando un milione di metri cubi, se schiacciate o frantumate!
“Appropriazione indebita”
Definita “sorella acqua” da Francesco da Assisi oggi è meglio identificata come l’oro blu del terzo millennio. Sembra infatti che neppure l’acqua debba essere risparmiata dalla logica del profitto ad ogni costo che oggi condiziona la vita degli esseri umani in ogni parte del Globo.
La sciagurata corsa alla privatizzazione dei servizi idrici, di cui nel nostro Paese si sono mossi speditamente i primi passi, non fa presagire nulla di buono se i cittadini, oramai addomesticati a comprare l’acqua in bottiglia (…i nostri nonni si girano nelle tombe!), non si opporranno con determinazione a questi innaturali scenari.
Come è possibile credere che una S.p.A., unica forma gestionale pretesa dal legislatore italiano per il ciclo delle acque, possa ad esempio porsi l’obiettivo del risparmio, quando ad un maggior consumo corrisponde, ovviamente, un maggior fatturato?!?
L’assurdità di tutto ciò appare fin troppo chiara. Così come, appare chiaro a tutti che la “mercificazione” dell’acqua, fondamentale per la vita come l’aria che respiriamo e la luce del sole, corrisponde alla mercificazione del diritto stesso alla vita.
Eppure nell’assoluta disinformazione dei propri cittadini la gran parte dei Comuni del nostro Paese (come avvenuto nella nostra Regione) ha già obbedito senza obiezioni, in barba al tanto decantato federalismo, ad una norma anticostituzionale ed inapplicabile, quale è il famigerato articolo 35 della Legge Finanziaria 2002. Una norma, unica in Europa, con la quale si impone, appunto, la trasformazione di tutte le aziende municipalizzate o consortili che gestiscono il servizio idrico, in società per azioni.
Ma la cosa ancora più grave è che in capo a qualche anno in assenza di un’adeguata opposizione popolare, la gestione dell’acqua può essere assegnata al miglior offerente (come avvenuto in alcune zone d’italia), con gare pubbliche aperte a livello internazionale, con enormi possibilità che ad aggiudicarsi tali gestioni siano le solite multinazionali che tanti disastri stanno determinando in molti Paesi del mondo.
Uno scenario davvero inquietante che anticipa nel nostro Paese quanto si vorrebbe trasformare in disposizione vincolante, in tutti gli Stati aderenti al WTO, con i nuovi accordi generali sul commercio dei servizi pubblici (GATS).
Uno scenario che necessita di una forte e pronta reazione da parte dei cittadini, delle autonomie locali e dei movimenti.
Uno scenario, purtroppo condiviso anche da settori di forze progressiste, che è stato costruito e tramite una marea di bugie e mistificazioni.
Le “balle” liberiste non tengono più
Innanzitutto si sostiene da tempo, in ossequio al cosiddetto “pensiero unico”, che la gestione privata in regime di libero mercato, essendo stimolata dal business, sia sempre più efficiente, efficace ed economica di quella pubblica …E mentre a sostegno di questa tesi si portano avanti alcuni esempi di mala gestione, magari realmente verificatisi, non si parla dei numerosi esempi di buone gestioni pubbliche come quelle del nostro territorio. Ma non si parla soprattutto di quali pessimi risultati in termini di costi per l’utenza e di qualità dei servizi hanno prodotto, alla prova dei fatti, le privatizzazioni in giro per l’Italia e per il mondo. Tanto è vero che proprio laddove si è partiti per primi con le privatizzazione (basti per tutti la fallimentare esperienza delle Ferrovie britanniche) ci si sta oggi impegnando per tornare alla gestione pubblica degli stessi servizi.
Ma oltre a ciò, non viene confessata l’origine dei tanto decantati margini di competitività che il privato vanta di conseguire: essi afferiscono principalmente al taglio dei livelli occupazionali e all’abbattimento dei diritti e delle garanzie per i lavoratori coinvolti.
Appare peraltro quantomeno bizzarra la posizione dei rappresentanti istituzionali e degli amministratori pubblici che sostengono la maggiore validità della gestione privata rispetto a quella pubblica … Le cose sono due: o affermando ciò ammettono la loro totale inaffidabilità, oppure, ancora peggio, manifestano di aver molta più cura delle aspettative dei privati che dei diritti dei propri elettori!!!
Speculazioni private o investimenti pubblici?
Altro argomento ricorrente con il quale si motiva l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua è quello relativo alla necessità di reperire risorse per realizzare gli investimenti indispensabili ad elevare gli standard dei servizi e a ridurre, ad esempio, le perdite delle reti.
Si afferma ciò, come se il privato mettesse a disposizione i propri soldi “gratuitamente” per amore del prossimo!!!
Ovviamente le imprese ed i gruppi finanziari privati intervengono in un settore come quello dell’acqua, che per sua natura non potrà mai andare in crisi, allo scopo di conseguire, attraverso gli utili di gestione, la massima remunerazione possibile dei propri investimenti. In altre parole, sulla base di “spietati” piani finanziari, il privato ricava attraverso l’aumento delle tariffe le risorse necessarie, oltre che ad ammortizzare i propri investimenti, soprattutto ad incamerare lauti profitti!
Non si capisce perché il pubblico, che non deve necessariamente conseguire alcuna remunerazione dell’investimento, non possa operare, se necessario, analoghe pianificazioni finanziarie, riuscendo peraltro (al contrario del privato) a dosare il carico dell’ammortamento di tali interventi: in parte sulla fiscalità generale ed in altra parte sulla suddetta tariffa.
Infatti se è vero, come è vero, che l’acqua è un diritto è la stessa logica economicista che si intende applicare alla sua distribuzione che appare sbagliata. Ritengo, in buona sostanza, che gli investimenti nel settore dell’acqua non debbano trovare necessariamente integrale copertura attraverso la tariffa (come vorrebbe la Legge Galli), ma debbono essere supportati dalla fiscalità generale. ….E non si dica che non ci sono i soldi perché qualsiasi essere pensante comprende immediatamente quanto sia prioritario sistemare, ad esempio, la rete idrica in Sicilia rispetto alla costruzione del famigerato Ponte sullo stretto!!!
Altro che governo pubblico della risorsa idrica!!
Un ulteriore subdolo argomento usato dai sostenitori del mercato per minimizzare la portata negativa della perdita della gestione dell’acqua, da parte degli enti pubblici, è quello secondo il quale il nuovo assetto del settore previsto dalla Legge Galli, prevedendo un’Autorità d’ambito (ATO) con funzioni di programmazione, salvaguarderebbe il controllo pubblico sulla gestione di questa risorsa fondamentale. Ma come è mai pensabile che dopo aver smobilitato le aziende pubbliche di gestione ed il loro grande patrimonio di esperienze e competenze, per affidare in appalto per 30 anni (come prevede la Legge) la gestione del ciclo dell’acqua, si possa mantenerne l’effettivo controllo?!?
E’ la catena stessa delle conoscenze che viene spezzata con tali scelte …E chi, da amministratore locale vive sulla propria pelle la gestione di contratti di servizio con imprese private, sa quanto è facile per queste (soprattutto se solide e raffinate come le imprese multinazionali) individuare gli spiragli contrattuali ove infilarsi per salvaguardare sempre e comunque i propri margini di profitto a scapito dell’utenza!!!
Resistere, resistere, resistere
E’ necessario quindi “resistere” alle logiche “mercantili” ricostruendo a partire dalle scuole una cultura dell’acqua quale bene comune, senza il quale le nostre comunità non possono definirsi “società”.
Una nuova cultura della salvaguardia, del risparmio, dei diritti universali e della democrazia dell’acqua, che per la verità sta gia nascendo grazie al grande movimento internazionale che rivendica “un altro mondo possibile”. Una nuova cultura che parte dall’etica e coinvolge un fronte di opinione e di impegno sociale molto ampio, comprendente gran parte dal mondo cattolico, l’intero campo della sinistra alternativa, passando per ampi settori moderati.
Un fronte di opinione e di partecipazione attiva che si riconosce, nei fatti, nella Dichiarazione sottoscritta a Roma del 10 Dicembre 2003 (Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani, in occasione dell’anno mondiale dell’acqua) da numerose personalità della cultura, delle istituzioni locali, nazionali ed internazionali di molti paesi del mondo.
Una dichiarazione che, affermandone la concreta possibilità, chiede il riconoscimento formale del Diritto all’Acqua quale passo fondamentale per l’attuazione del Diritto alla vita per tutti, pre-condizione necessaria per ottenere lo sradicamento della povertà nel mondo. Cosi come nella stessa Dichiarazione si afferma l’urgenza e l’indispensabilità di riconoscere il carattere di “bene comune pubblico” dell’acqua e degli ecosistemi, pervenendo all’esclusione dell’acqua dalla categoria dei “ beni e servizi mercantili” oggetto di negoziati commerciali internazionali.
Questa pressione culturale e politica, associata alle contraddizioni interne al fronte “liberista” nostrano, hanno già prodotto un primo risultato in occasione dell’approvazione dell’ultima legge finanziaria, quando intervenendo nuovamente sulla legislazione in materia, sono stati provvidenzialmente eliminati l’obbligo alla vendita a privati di una parte delle aziende pubbliche di gestione dell’acqua e l’imposizione della gara d’appalto per l’affidamento del servizio idrico. Ciò quantomeno consente di mantenerne la gestione nelle mani delle società pubbliche, senza il rischio dell’ingresso delle multinazionali…. Un fronte di “resistenza”, insperato qualche mese or sono, che bisogna assolutamente difendere da qualsiasi smania privatista, sempre possibile visti i tempi che corrono.
Ma non basta: Occorre necessariamente che la gestione dell’acqua diventi un elemento di coesione sociale e partecipazione diretta dei cittadini allo scopo di evitare il riproporsi delle logiche politiche spartitorie e delle malversazioni che sono state all’origine delle cattive gestioni del passato.
Una legge regionale in materia che contenga questi principi oltre ad apparire molto utile allo scopo è quanto mai urgente.
Perché non sostenerla con una grande petizione pubblica!
Marzo 2004
Massimo Rossi
Presidente del Consiglio Comunale di Grottammare
Membro dell’Esecutivo dell’Associazione Naz.le degli Eletti per l’Acqua