L' America Latina lo ricorda così ...

In questo capitolo, sono riportate alcune testimonianze raccontate da compagni di avventura del "CHE", che dimostrano come il suo ricordo sia vivo ancora oggi in America Latina.
Roberto GRANADOS racconta del suo viaggio con il "CHE" che tra il dicembre del 1951 e il luglio del 1952 li condusse attraverso il Cile, il Perù, la Colombia, il Venezuela.
La storia è questa. Arrivati in Perù i due giovani si erano messi in contatto con il professore Hugo PESCE, grande studioso di malattie tropicali, che li accolse come figli.
Fu Pesce che condusse il "CHE" nei lebbrosari di Huambo e di San Paolo, nella selva amazzonica, e fu grazie a lui dice Granados, che "Ernesto ed io potemmo vivere con il cuore e con il cervello questa straordinaria esperienza umana".
Ma il professore aveva u suo tallone d'Achille: un non brillantissimo romanzo attraverso il quale aveva tentato di dare forma letteraria alla quotidiana tragedia dei suoi rapporti con gli indios divorati dalla malattia.
"Ce ne aveva regalato un copia - ricorda Granados, e si vedeva che ci teneva molto.
Venne il momento della domanda fatale. Che ne pensate? Ci chiese una sera a cena.
Io trovai qualche frase di circostanza. Ernesto invece tacque ostinatamente.
Poi di fronte all'insistenza di Pesce, semplicemente rispose: professore, il suo libro è brutto".
Un esempio, questo, della coerenza assoluta, quasi brutale, alla quale il "CHE" avrebbe ispirato tutta la sua vita.
Nel 1960, quando, come ministro della Cuba rivoluzionaria, in discorso agli studenti di medicina, Ernesto Guevara così riassunse quel suo lungo vagare tra le sofferenze di un continente: "Cominciai a viaggiare per l'America e la conobbi tutta. Ho visitato in qualche maniera tutti i paesi dell'America Latina. E per le condizioni dei miei viaggi, prima come studente e poi come medico, cominciai ad entrare in stretto contatto con le miserie, con le malattie, con la fame, con le impossibilità di curare un figlio per mancanza di mezzi. E cominciai a vedere che esisteva qualcosa tanto importante quanto diventare un ricercatore famoso: ed era aiutare questa gente".
Nella parte orientale di Cuba, troviamo un grande monumento al "CHE" all'ingresso di una fabbrica di nichel. Fu lui, raccontano le cronache, che garantì, come Ministro dell'industria, la riapertura degli impianti abbandonati in tutta fretta dai tecnici e i dirigenti americani.
Comunque tutta Cuba è un grande monumento al "CHE", perfino la casa di Tararà, dove nel '60 andò a vivere qualche mese per rimettersi da un attacco d'asma, oggi è visitata ogni giorno da decine di quei pionieri che ogni mattina, promettono di essere come lui.
Rolando MARTINEZ così ricorda la zafra volontaria alla quale partecipò con il "CHE" nel 1963, nella zona di Santa Clara: "Arrivammo con il camion e, quando già da un po' si stava lavorando, il "CHE" si rese conto che l'autista stava tranquillamente sdraiato sotto l'ombra di un albero."
"E tu compagno, - gli disse - non usi il macete? Io sono autista, gli rispose quello. E il "CHE": Guarda che qui autisti siamo tutti. Per cui o ti metti a lavorare come gli altri o à meglio che te ne vada subito. Quanto al camion non ti preoccupare: al ritorno posso benissimo guidarlo io".
Comunque l'idea della morte era sempre stata con lui. Nel 1956 prima di partire per una spedizione, si era congedato dal padre così: "Se per qualche motivo non potrò più scrivervi, considerate queste righe come un addio non troppo magniloquente ma sincero. Ho passato la vita cercando la mia verità, a viva forza, ed ora, con una figlia che mi perpetua, ho concluso il ciclo. Da questo momento in poi non considererei la mia morte come una sconfitta; soltanto, porterò nella mia tomba la malinconia di un canto in concluso."
E più tardi, già nel pieno dell'ultima avventura boliviana, pochi mesi prima di essere ucciso, scriveva all'assemblea Tricontinentale: "In qualunque luogo ci sorprenda la morte, sia la ben venuta, sempre che questo, il nostro grido, sia giunto ad orecchie capaci di ascoltarlo".
La morte lo sorprese a 35 Km da Vallegrande il 9 ottobre 1967.
E i suoi assassini si affrettarono a distruggere la Higuera, il casolare dove lo tennero prigioniero prima di assassinarlo, quasi a cancellare ogni traccia del suo passaggio.
Oggi Vallegrande è un centro di pellegrinaggi, nella città di La Paz, il volto del "CHE" ti viene incontro gigantesco da uno dei muri della vecchia stazione ferroviaria e da tutte le pareti dell'Università di San Andres.
La gente va a vedere l'hotel Copacabana, dove il "CHE" alloggiò per un breve periodo. E nelle bancarelle dei mercati si vendono, intagliate nel legno, immagini del guerriero eroico. Questi possono sembrare frammenti della vita di un santo. Tanto perfetti da apparire irrimediabilmente lontani dagli uomini. E a far dire a qualcuno che, oggi a Cuba, di lui non resta che questo: ma non è così.
C'è qualcosa nella vita del "CHE" capace di sciogliere il gelo dei marmi e da la sua passione per l'uomo.
L'hombre nuevo, l'uomo integrale purificato dalle brutture del capitalismo;
ma tutto ciò è rimasto solo una chimera, il frutto mai maturato di una speranza.