Un progetto locale alternativo alla globalizzazione

I processi di globalizzazione dell’economia si ripercuotono pesantemente sulle nostre realtà locali esasperando l’insostenibilità sociale, economica, ambientale del modello di sviluppo capitalistico da tempo dominante.

La logica della massimizzazione del profitto, subdolamente o in modo conclamato, si insinua nel potere locale sino ad egemonizzarlo, a sovrastarlo.

Ciò determina scelte amministrative che peggiorano pesantemente giorno per giorno le condizioni di vita della gran parte delle popolazioni a vantaggio di pochi e trasformano le nostre città, come direbbe Marco Revelli, in “non luoghi”, o luoghi infiniti dell’esistenza moderna commercializzata…cioè spazi inerti, vuoti di relazioni, fantasmatici…dove gli individui, estranei tra di loro, indifferenti l’uno all’altro, si sfiorano e si urtano senza incontrarsi.

Città pianificate e organizzate sempre più in funzione degli affari. Caotiche, congestionate, disgregate, inquinate… l’importante che tutto sia sempre più funzionale al business ed alla competizione.

Centri Commerciali sempre più grandi , strade sempre più ampie e predisposte per la corsa (…ma allo stesso tempo intasate), territori sempre più cementificati, privi di servizi, spazi pubblici, relazioni, identità…

Servizi sempre più privatizzati: costosi, scadenti e selettivi; o, nella migliore delle ipotesi, dietro il loro apparente efficientismo si nasconde lo sfruttamento, la precarietà o la continua espulsione degli addetti.

Tutto ciò si va determinando parallelamente alla crisi della democrazia; alla perdita da parte dei cittadini della capacità di conoscere e comprendere le scelte operate; alla impossibilità quindi di incidere sulla formazione delle decisioni che determinano lo sviluppo.

Se la scommessa della democrazia partecipativa è senz’altro un antidoto per tale involuzione di civiltà, è importante allo stesso tempo inquadrare tale metodo di governo all’interno di un processo di recupero, da parte delle comunità locali, del potere di governare l’economia. Funzione attualmente in mano dello Stato, ma sempre più, da questo ceduta al mercato.

Anche di questo si è parlato a Porto Alegre.

Si è parlato di un’alternativa di sviluppo che tenda a valorizzare le risorse, le vocazioni e peculiarità locali, che costituiscono ricchezze durevoli che il mercato globale tende a consumare e ad annientare per trasformarli in prodotti sempre più omogenei.

Ciò significa costruire progetti locali “autosostenibili”, basati sui bisogni degli abitanti dei luoghi che rifuggano da modelli di crescita economica illimitata e quantitativa.

Tanto per fare un esempio concreto, ciò significa, nel mio piccolo, rifiutare il consumo del territorio in funzione della vorace speculazione fondiaria e dell’insediamento di attività economiche e commerciali esogene, che rischiano di cancellare le vocazioni storiche e le risorse naturali del luogo, puntando invece su un modello di sviluppo basato essenzialmente su queste ultime. Progettando ad esempio, un turismo diverso dal modello imposto dalla famigerata industria delle vacanze in molte altre località costiere del nostro Paese (distruttivo dell’ambiente, fatto di cementificazione della costa e di grandi ed alienanti divertimentifici), per optare invece su un turismo basato su natura, storia, cultura, qualità della vita.

Consolidando le attività vivaistiche costiere di flora arbustiva mediterranea minacciate dalla pressione urbanistica.

Arginando la supremazia della grande distribuzione commerciale attraverso regole tali da impedire che i suoi ritmi spazzino via la rete del piccolo commercio.

Ampliando gli spazi pubblici per infittire le relazioni e le gestioni pubbliche per tutelare le fasce più a rischio di esclusione sociale.

Non si tratta, come appare evidente di un modello localistico chiuso o al contrario (ma altrettanto pericolosamente) competitivo. Si tratta invece di un modello di autogoverno condiviso e dinamico, teso ad assicurare uno sviluppo durevole in cui le risorse non si consumino inesorabilmente ma si valorizzino e si riproducano.

Un modello sostanzialmente autocentrato, che rifiuti altresì relazioni selvaggiamente competitive con gli altri territori, puntando invece su forme di relazione di mutuo scambio e cooperazione tra realtà locali in qualsiasi parte del pianeta esse siano situate.

Tutto ciò è necessario ed è possibile.

Anzi partendo dal “piccolo” e dal “locale” appare come l’unico modo per assicurare un futuro all’umanità sotto ogni profilo, sociale, economico, ambientale.

C’è bisogno quindi di sviluppare la discussione, il confronto di idee e di esperienze, l’iniziativa politica su questi temi affinché la prospettiva di un altro mondo possibile si trasformi in un vero e proprio cantiere.

Massimo Rossi

Sindaco di Grottammare (AP)