Spagna, mille firme al manifesto in appoggio alla nuova legge presentata in parlamento dal governo socialista e accusata di incostituzionalità

Violenza alle donne, intellettuali con Zapatero

Monica Lanfranco

Liberazione 24 ottobre 2004

Si chiamava Alicia Aristegui, 37 anni, di Villalba, Navarra, Spagna. Due anni fa passeggiava con un'amica, forse confidandosi con lei dei problemi con il marito, in carcere per reati non gravissimi e più volte denunciato dalla consorte per le violenze e i maltrattamenti subiti da lei e dai suoi due bambini.

Era il 9 aprile, pomeriggio, e fu l'ultima passeggiata per Alicia. Perché Jesus Gil, 38 anni, aveva giurato alla moglie che l'avrebbe uccisa se lei avesse chiesto il divorzio, e Alicia lo aveva richiesto, dopo anni di reiterate e inascoltate richieste di aiuto a polizia e istituzioni contro quell'uomo. Jesus, uscito di prigione il giorno prima, segue la donna, la affronta e con 10 coltellate la uccide, nel pieno centro di Villalba. E' nel nome di Alicia, delle 34 ultime vittime fino ad oggi nel 2004, e delle migliaia di altre brutalizzate nel silenzio che un migliaio di intellettuali spagnoli, tutti uomini, ha clamorosamente firmato un manifesto in appoggio alla nuova legge contro la violenza di genere, (così si chiama, e per la prima volta viene nominato il genere e non la più usata dicitura "sessuale") presentata in parlamento dal governo Zapatero, già passata la settimana scorsa alla Camera dei deputati e in lettura al Senato.

Se approvata la nuova legge segnerà una vittoria per i movimenti delle donne spagnole, e una pietra miliare per la trasformazione sociale in un paese dove, secondo un istituto di ricerca spagnolo, nel 2002 più di due milioni di donne hanno subìto violenza fisica e psicologica da parte dei propri partner, e stando alle fonti del potere giudiziario tra il 2002 e il 2003 131 donne sono state assassinate per mano di un familiare, principalmente il marito, con un aumento del 59% rispetto ai dodici mesi precedenti. Nel 97% dei casi le vittime di abusi non hanno sporto denuncia, soprattutto perché non protette.

Nei primi mesi del 2004, dopo una decina di assassinii tra le mura domestiche, persino Amnesty International aveva presentato un agghiacciante rapporto sulla situazione spagnola, non solo denunciando l'immobilità e il silenzio del precedente governo, ma puntando il dito sullo stato di arretratezza, e omertà sull'argomento nell'intero tessuto sociale. Per questo risultano così dirompenti le parole del testo del manifesto: «Noi firmatari, uomini, diciamo Sì alla legge contro la violenza di genere. Perché non possiamo essere complici rispetto alla realtà di una violenza che, anno dopo anno, uccide decine di donne e obbliga molte altre ad abbandonare il proprio lavoro, la propria casa e la propria città per cercare di sfuggire al loro aggressore; una violenza che provoca ogni anno il suicidio di centinaia di donne e ne maltratta fisicamente e psicologicamente centinaia di migliaia. Perché la violenza esercitata da uomini contro donne richiede misure specifiche, dato che non assomiglia in niente, né in quantità né come caratteristiche, ai casi isolati di violenza di donne contro uomini».

Affermazioni pesantissime e inequivocabili, che segnalano una svolta epocale in Spagna, soprattutto perché il senso delle parole del manifesto non è solo la denuncia di una situazione gravissima in generale: per la prima volta, in modo plateale, alcuni uomini, prima ancora che a partire dal loro ruolo sociale, e proprio in quanto appartenenti al genere maschile, si assumono delle responsabilità come genere sull'argomento più tabù: la violenza contro le donne.

Ai tanti detrattori della proposta di legge i firmatari non la mandano a dire: «Il progetto di legge contro la violenza di genere non è incostituzionale né lo è il modo di trattare certe forme di violenza, in funzione della portata del danno sociale che causano. Perché non avalleremo con il nostro silenzio infondate obiezioni di discriminazione maschile, provenienti in molti casi da coloro che sono indifferenti alla realtà di discriminazione delle donne nel salario e nell'impiego, nella distribuzione del tempo di lavoro non retribuito, nella composizione degli organi direttivi di entità pubbliche o private, e perfino in leggi come quelle che regolano l'ordine dei cognomi o la successione al trono, in violazione dell'articolo 14 della Costituzione che proibisce qualunque discriminazione per ragioni di sesso». La proposta di legge, che ha tenuto conto delle richieste dei movimenti delle donne spagnole, aumenta le pene per lesioni e maltrattamenti da due a cinque anni e garantisce una maggiore protezione e aiuti per le donne vittime di maltrattamenti. Introduce, e questo è un fatto nuovo in Europa, il diritto al sussidio di disoccupazione nel caso in cui la donna debba licenziarsi in seguito alla situazione di violenza domestica; il testo della nuova legge stabilisce il diritto ad una assistenza sociale integrata che comprende servizi di supporto, emergenza e recupero, compreso il servizio di avvocatura a spese dello Stato. Di rilevante c'è anche la punibilità della minaccia, da sei mesi ad un anno di carcere, insieme alla sospensione - minimo cinque anni - della patria potestà in casi gravi. Non sarà facile per chi si oppone alla legge motivare l'ostilità verso un provvedimento così innovativo, specialmente per l'ondata di emozione che il manifesto sta suscitando. Del resto difficilmente si resta insensibili di fronte alla chiusa del documento: «Perché la lotta delle donne ci ha aperto gli occhi; perché la loro libertà e sicurezza è la nostra dignità; perché il loro dolore fa male anche a noi; perché non vogliamo essere complici noi, uomini, diciamo no al terrorismo maschilista, sì alla legge contro la violenza di genere».

 

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