ELEZIONI AMMINISTRATIVE
del 12 e 13 GIUGNO 2004
PER LA PROVINCIA DI ASCOLI PICENO
DELLA COALIZIONE COMPOSTA DALLE SEGUENTI LISTE:
DEMOCRATICI DI SINISTRA, LA MARGHERITA, SOCIALISTI DEMOCRATICI ITALIANI, PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI, VERDI, REPUBBLICANI EUROPEI, LISTA DI PIETRO OCCHETTO - ITALIA DEI VALORI, PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
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CANDIDATO PRESIDENTE: MASSIMO ROSSI
PREMESSA
Il rinnovo dell’amministrazione provinciale cade in una fase molto diversa da quella in cui si insediò quella precedente.
Da cinque anni a questa parte, per effetto di processi di globalizzazione del mercato, si registrano nei nostri territori gravi fenomeni di crisi economica ed occupazionale esasperati da problemi e criticità preesistenti del nostro sistema economico produttivo.
Così come, nonostante gli sforzi di ottimizzazione e qualificazione dei servizi alla persona operati da molti enti locali con il concorso di una fitta rete di volontariato, si cominciano ad intravedere gli effetti devastanti di scelte politiche governative tese a ridurre le risorse destinate alla rete di protezione sociale pubblica, a vantaggio del mercato, nell’ambito del quale dovrebbero essere acquistati i servizi essenziali.
Il tutto avviene in uno scenario mondiale in cui si evidenziano i limiti di un modello di sviluppo insostenibile per l’eccessiva quantità di energia consumata e per la disparità della distribuzione di risorse che esso produce. Le catastrofi ambientali in atto o annunciate, le guerre e i fenomeni terroristici che riguardano oramai tutti gli abitanti del pianeta sono i frutti avvelenati di questo modello.
In questo quadro, appena accennato, occorre definire certamente un nuovo progetto per questo territorio ed i suoi abitanti che, tenendo conto dei problemi attuali, individui soluzioni capaci di dare risposte all’inquietudine di tutti i settori sociali ed economici prospettando un “futuro sostenibile”.
Un futuro in cui al centro della società e delle scelte che la governano ci siano i diritti della persona (qui e in ogni parte del mondo), il rispetto per l’ambiente naturale e la democrazia.
Per questo è indispensabile un rinnovato, forte e democratico ruolo pubblico nell’economia, un superamento della crescita quantitativa per rilanciare la qualità dei consumi, del lavoro, delle produzioni, della vita…Un modello di economia e di società improntato su una maggiore sobrietà, sul concetto del limite dello sviluppo, su un rapporto armonico tra consumi e risorse, su politiche di cooperazione e di fratellanza tra i popoli costruite dal basso.
E’ inconcepibile dunque l’applicazione di logiche puramente mercantili alla gestione di beni comuni dell’umanità quali ad esempio l’acqua o allo svolgimento di servizi pubblici locali attinenti ai diritti sociali fondamentali e alla tutela della salute e dell’ambiente. Occorre difendere assolutamente la gestione pubblica di tali beni e servizi rafforzandone la qualità, la trasparenza ed il carattere partecipativo.
IL RUOLO DELLA PROVINCIA
La Provincia, quale Ente territoriale di area vasta, preposto al riequilibrio del territorio tra aree deboli (l’interno e le periferie), aree forti (i capoluoghi e le aree produttive) e tra i soggetti, può diventare il punto di riferimento culturale e programmatico per quanti abitano e operano al suo interno.
Attraverso il dialogo fra gli Enti e con i cittadini e le loro associazioni, è possibile impostare un governo del territorio che assuma il lavoro, le tradizioni, i saperi e l’ambiente come risorse e non intralci da manomettere in funzione delle esigenze economiche. Che assuma la salvaguardia dell’ambiente come diritto primario, sul quale costruire le relazioni con altri obiettivi (lavoro, salute, giustizia, acqua, servizi pubblici e efficienti, ecc.).
La Provincia può far questo utilizzando i forti strumenti di analisi, progettazione, indirizzo e coordinamento del territorio di cui dispone per rendere più efficaci e democratiche le politiche di concertazione, perché non siano settoriali e frazionate, e non assecondino soltanto gli appetiti dei settori sociali ed economici forti e speculativi.
IL METODO DI GOVERNO
Nel nostro territorio provinciale si tratta di fare uno sforzo di creatività, adottando strumenti e procedure decisionali valide ed efficaci, che valorizzando il tessuto dell’associazionismo e della società civile organizzata, permettano di connettersi con la realtà sociale sino a dare direttamente la parola ai cittadini per recepirne proposte, suggerimenti, istanze, affinché gli stessi recuperino un positivo rapporto con le Istituzioni e la Politica.
Anche i Comuni dovranno essere, ovviamente, attori di questi processi di partecipazione.
Su questi temi è possibile rilanciare un ruolo attivo della provincia anche attraverso un ufficio di coordinamento della partecipazione quale osservatorio delle esperienze sul territorio che costituisca un supporto di carattere informativo e formativo favorendo l’accesso ai finanziamenti europei disponibili.
La partecipazione richiede inoltre capacità di semplificazione dei rapporti tra i cittadini e l’Ente pubblico, trasparenza delle procedure amministrative, libero accesso alle informazioni. Tutti elementi, questi, che la telematica può aiutare a perseguire contribuendo al superamento di un modello di Pubblica Amministrazione che si rapporta al cittadino come suddito. Il potenziamento della infrastruttura telematica provinciale può supportare i Comuni più piccoli ad offrire un migliore servizio ai cittadini ed aiutare a colmare la distanza centro-periferia favorendo un decentramento dei servizi capace di avvicinare i cittadini all’istituzione e di valorizzare i territori facenti parte della provincia consentendo un maggiore equilibrio nella distribuzione degli interventi e dei servizi.
E’ fondamentale inoltre una precisa distinzione tra le funzioni politiche e democratiche da quelle tecniche e gestionali. In questo senso il piano esecutivo della gestione delle risorse dovrà essere definito unitamente al bilancio, scaturito dai processi partecipativi ed i dirigenti della struttura provinciale dovranno essere puntualmente valutati sulla base di questo strumento.
Affermare la necessaria prospettiva di un “futuro sostenibile” equivale a considerare il benessere della persona e degli esseri viventi come obiettivo permanente e riferimento costante del governo della cosa pubblica.
E’ indispensabile, per questo, partire dalla ricognizione e valutazione dello stato del territorio, dell’ambiente, delle risorse in campo e poi scegliere le politiche. Politiche che debbono tendere alla crescita della ricchezza “immateriale” anche a scapito di quella “materiale”. Scelta, questa, che può consentire di sostituire le perdite di occupazione che comunque ci saranno dalla crisi dell’attuale modello di sviluppo con l’aumento di posti di lavoro più duraturi e coerenti con uno sviluppo sostenibile, coerente con l’innovazione di sistema.
In questo senso, la Provincia ha un grande patrimonio da salvaguardare e valorizzare che è il sistema dei Parchi Nazionali, sia istituiti – Sibillini e Gran Sasso-Monti della Laga – che quello da istituire – Marino del Piceno – oltre le aree protette - Monte dell’Ascensione, la Sentina, Montefalcone Appennino, il Parco Fluviale del Tenna, i ( Centri di Educazione Ambientali (CEA) cosi come riorganizati dalla nuova normativa regionale, ecc. – che insieme hanno già un grande valore e sono di forte traino per uno sviluppo innovativo e Sostenibile. Questo è un grande patrimonio che va considerato come una “filiera” ed in tal senso debbono progettarsi gli interventi.
Il Parco Marino del Piceno, voluto con determinazione dalle politiche del Centrosinistra, è in dirittura di arrivo con lo studio preliminare per poter proporre al Ministero il suo riconoscimento. Sicuramente consentirà una qualificazione di tutta l’area, favorirà una salvaguardia della piccola pesca tradizionale e soprattutto esalterà una proposta di turismo del “mare”. Questa scelta avrà inoltre una forte influenza sulle politiche dell’entroterra in termini di sostenibilità.
Per l’area della Sentina è ormai in dirittura di arrivo il riconoscimento ambientale con la procedura avviata grazie alla legge regionale 15/94.
Le politiche pubbliche, nell’interesse dei consumatori, tenderanno a salvaguardare la presenza e la qualificazione della rete della piccola distribuzione ed il reddito dei commercianti nelle aree più svantaggiate afflitte dall’eccessiva liberalizzazione del commercio e dalla sproporzionata crescita della grande distribuzione. Molto importante dovrà essere la politica volta a favorire il rafforzamento della rete del commercio dei prodotti tipici delle nostre realtà, sia nella grande distribuzione che nei negozi specializzati. Nelle aree montane verranno erogati incentivi per garantire la permanenza di tale rete distributiva, con forte valenza sociale e turistica;
Alla Provincia compete la partecipazione alla conferenza dei servizi che esamina le domande per l'apertura di grandi strutture commerciali. E' evidente che si tratta di un ruolo fondamentale se si vuole evitare il proliferare di grandi catene ai danni del piccolo commercio e degli stessi consumatori.
Premesso che la protezione civile e la tutela della sicurezza del cittadino si ottengono attraverso politiche preventive di governo e gestione del territorio attente alle dinamiche idrogeologiche atte a minimizzare i rischi derivanti dalle calamità o addirittura a scongiurare le stesse calamità, va potenziato il sistema provinciale della protezione civile nei momenti di crisi.
La Provincia dovrà potenziare tale sistema in tutti i suoi aspetti soprattutto in riferimento all’attuazione del Piano di Emergenza, che prevede i programmi di intervento in relazione ai vari scenari di rischio. Ovviamente il tutto dovrà essere definito attraverso la concertazione con gli enti locali del territorio, con tutti i gruppi comunali di protezione civile, con le associazioni di volontariato e con tutte le categorie interessate.
Obiettivo della Provincia deve essere inoltre quello di contrastare il processo di privatizzazione mantenendo la presenza pubblica, evitando che le gare siano condotte sulla base di capitolati che favoriscano la frammentazione del servizio e garantendo l'occupazione dei lavoratori e allo stesso tempo armonizzare gli orari del servizio pubblico con gli orari dei servizi al cittadino.
Serve una tariffazione sociale che non sfugga ai problemi di bilancio e alla necessità di un ulteriore sviluppo del trasporto collettivo. Serve dunque un aumento delle entrate attraverso tasse di scopo rispetto a cui le Regioni possano deliberare, e a contributi da parte delle aziende private che da un traffico più razionale hanno anch’esse benefici.
Nell’ambito della politica tariffaria va perseguita una forte azione sociale :
- introducendo tariffe agevolate per i cittadini a basso reddito;
- esentando dal pagamento tutti gli anziani che vivono con la pensione minima dell'INPS;
IL NUOVO WELFARE PROVINCIALE:
QUALITA’ DELLA VITA E SVILUPPO SOSTENIBILE
PREMESSA
La rilettura del concetto di autonomia statutaria alla luce della riforma costituzionale, abbozzata con la L. 142/90 e allargata con il T.U.EE.LL., ci consegna un’autonomia piena ed effettiva della Provincia.
Con l’art. 114 della Cost., sul piano della gerarchia delle fonti del diritto, lo Statuto Provinciale non si colloca più quale fonte regolamentare, secondaria, subordinata alla legge, ma in una posizione concorrente.
Importante è anche il riconoscimento dell’autonomia finanziaria ex art. 119 Cost. che viene riconosciuto con la riforma alla Provincia.
Si deve cominciare a pensare alla provincia come elemento fondamentale di sussidiarietà verticale, da contrapporre alla tanto decantata sussidiarietà di tipo orizzontale.
Una provincia che rispetti i compiti ad essa assegnati, con un programma di governo chiaro e preciso, può essere l’unica istituzione che può agire su scala intermedia (quindi senza le diseconomie di scala dei piccoli e medi comuni), e soprattutto sostituendo alla farraginosità burocratica dell’amministrazione regionale una più efficace azione amministrativa e di programmazione.
La priorità quindi è costituita dalla realizzazione di un piano strategico provinciale condiviso che sia espressione di una visione d’insieme territoriale e che sappia coniugare il Nuovo Welfare Provinciale all’interno del binomio inscindibile “QUALITA’ DELLA VITA E SVILUPPO SOSTENIBILE” e, che allo stesso tempo sia rappresentativo delle diversità e delle peculiarità esistenti nelle due aree di riferimento provinciale: ascolano e fermano.
Coniugazione possibile anche attraverso la incentivazione e la implementazione della GOVERNANCE e quindi di tutte le relazioni che si stabiliscono tra i rappresentanti politici eletti, la pubblica amministrazione e i cittadini considerati sia come individui e sia attraverso le organizzazioni che li rappresentano.
1.1. GOVERNANCE DI SALUTE
Politiche pubbliche per la salute possono nascere soltanto all'interno di un contesto ed una cornice concettuale che riconoscano la natura dinamica del sistema e l'interazione tra i vari Soggetti Istituzionali.
L’approccio frammentato politico-istituzionale costituisce un fattore di debolezza per l´elaborazione e l´attuazione di progetti di salute di area provinciale ed è necessaria la realizzazione di una forma di coordinamento delle politiche di area vasta che coinvolgano tutte le Iistituzioni e le Forze Sociali presenti, per un lavoro e un risultato sinergico ed efficace.
1.2 PATTO TERRITORILE PER LA SALUTE
PIANO PROVINCIALE PER LA SALUTE
Il Piano Provinciale per la
Salute è un patto locale di solidarietà e un piano di azione che si propone di
migliorare la salute e l’assistenza sanitaria a livello locale, costruendo un
percorso partecipativo, una Conferenza Sanitaria Territoriale, integrato con
tutte le forme Istituzionali presenti sul territorio provinciale.
Percorso costituito non solo
dalle competenze e dalle strutture dei servizi sanitari, ma da un insieme molto
più ampio di soggetti che sono esterni al sistema sanitario.
Partecipazione ed interazione
con cittadini, servizi, soggetti sociali, istituzioni, territorio. Promuovendo
le diverse percezioni del tema salute, promovendo alleanze negli orientamenti,
nelle operatività, nelle sperimentazioni progettuali ![]()
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(piano degli orari di vita di lavoro, dei servizi socio-sanitari e degli orari dei mezzi di trasporto pubblico con la finalità di rendere accessibile e fruibile nella sua pienezza i servizi socio sanitari pubblici; relazione tra inquinamento e salute; le giovani generazioni; le differenze culturali ed etniche per promuovere la salute e sviluppare la coesione sociale; il disagio psichico in una società solidale)
Questo vuol dire per l’organizzazione sanitaria ampliare “la sua capacità di conoscere e valutare le condizioni di rischio e lo stato di salute delle popolazioni, di orientare scelte e di sostenere comportamenti individuali e collettivi in aggiunta alla più tradizionale funzione di offrire servizi e di erogare prestazioni. Il Piano Provinciale per la Salute diventano l’espressione della “ALLENZA PER LA SALUTE NEL RISPETTO DELLE RISORSE AMBIENTALI” tra i diversi attori del sistema sociale:
il capitale pubblico,
il capitale sociale,
il capitale di mercato e i soggetti a rilevanza sociale
Ogni soggetto partecipa alla progettazione e alla definizione delle strategie ed è responsabilizzato nella realizzazione, attraverso il raggiungimento degli obiettivi comuni. I PPS permettono l’incontro della programmazione sanitaria con l’espressione dei bisogni, delle risorse, e dei valori della comunità locale. I PPS si inseriscono quindi in un quadro etico e scientifico che ha una lunga storia e che ora risponde alla maturità ed alle sollecitazioni di questo tempo.
Possibili partner che, oltre ad Enti Locali. e Zone Territoriali (ex asl)
Interagiscono nell’elaborazione di un PPS:
Aziende pubbliche ospedaliere e le loro amministrazioni
Aziende sanitarie pubbliche,
Distretto Socio-Sanitario
Ambiti Sociali Territoriali
I professionisti della sanità, inclusi i Medici di Medicina Generale (MMG)
Enti ed organismi istituzionali come i Comitati Consultivi Misti
Uffici periferici ed Organismi istituzionali di riferimento (INAIL, INPS, Provveditorato agli Studi, Distretti Scolastici, Ufficio del lavoro, Centri di formazione professionale)
Enti a rilevanza sanitaria (Arpa, Sistema di protezione sociale, Organizzazioni assistenziali)
Servizi sanitari privati locali
Enti a rilevanza assicurativa
ü Il capitale sociale
Organizzazioni non profit (Cooperative sociali, ONLUS, ONG ..)
Reti di impegno civico:
Associazionismo strutturato (Organizzazioni di rappresentanza e tutela, Organizzazioni di volontariato sociale)
Fondazioni, Enti, Club a vocazione sociale
Gruppi di interesse (Comitati, Movimenti di opinione, Assemblee)
Organizzazioni sindacali
Soggetti a rilevanza sociale
Persone fisiche
Persone giuridiche (Società professionali e scientifiche, Confederazioni industriali,
Organizzazioni di categorie, ad es. artigiani)
Il Patto per la Salute e il Piano inoltre, rappresenta
NUOVE OPPORTUNITÀ E RESPONSABILITÀ PER GLI ENTI LOCALI:
ponendo:
Percorso in cui il territorio diventa protagonista nelle proprie specificità e peculiarità, percorso da individuare con il supporto dalle Zone Territoriali e di tutta la rete Istituzionale presente.
Il Patto offre la possibilità di creare un complesso panorama, all’interno del quale si rinnova e nasce una nuova responsabilità progettuale rispetto alle priorità di intervento su cui puntare e su cui dirigere la forza propulsiva dell’azione anche amministrativa. Un patto con i cittadini, un patto di coerenza nelle scelte di sviluppo e di sostenibilità dello sviluppo in forza del quale l’ambiente è da considerarsi come il primo elemento di influenza nella crescita di una popolazione.
La Provincia si fa garante, quindi dell’equilibrio:
persona / ambiente
persona / patologia
persona / disagio.
Un equilibrio che è da considerarsi un obiettivo trasversale, da cogliere nella sua complessità ed affrontare con l’articolato percorso che si tradurrà in un progetto appunto per la salute.
(utile nella fase di stesura potrebbe essere un confronto con Istituzioni Provinciali che hanno già avviato ed implementato Piani Provinciali per la Salute)
2. SVILUPPO E STATO SOCIALE
Va affermato il principio dell’uguaglianza di fronte all’istruzione. La democratizzazione degli accessi al sistema formativo rappresenta il veicolo principale per dare vita a una società nella quale i destini dei singoli sono decisi dalle loro competenze, indipendentemente dalle rispettive origini e appartenenze sociali, in forma di “Pari Opportunità Formative”.
La riforma Moratti in fase applicativa potrebbe generare una miscuglio di “20” sistemi diversi tra loro, Regione per Regione. E’ necessario contrastare questo processo.
Gli Enti locali hanno il compito e il dovere di aggregare consenso tra quanti vivono la scuola non assecondando la “logica classista” della riforma.
Le Province hanno
° nella programmazione e nel coordinamento territoriale,
° nel concorso al potenziamento dell’offerta formativa,
un ruolo non trascurabile da svolgere grazie alle competenze, loro conferite dallo Stato e dalle Regioni, in materia di istruzione e di formazione professionale.
Esse, contestualmente, devono ratificare, suffragare, esigere il ruolo fondamentale che lo Stato deve esercitare e garantire per tutte le cittadine ed i cittadini:
° la determinazione delle norme generali sull’istruzione,
° la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
2.2 LA PROVINCIA ED IL SISTEMA DELL’ISTRUZIONE
La riforma del titolo V° della Costituzione, l’applicazione degli artt.138 - 139 della legge Bassanini (decreto legislativo n.112 30/03/98) hanno aperto scenari nuovi nel settore dell’istruzione – formazione, nei quali gli Enti Locali devono saper svolgere un ruolo politico significativo.In questo contesto, è indispensabile che la Provincia, la cui prima ragione d’essere risiede nella funzione di coordinamento delle politiche territoriale, sappia occupare al meglio gli spazi di intervento garantiti dalla normativa vigente, riempiendoli di contenuti e di capacità propositiva. La programmazione a partire dall’intercettazione dei bisogni formativi del territorio, la costruzione di un efficace sistema di orientamento scolastico e professionale, le attività di supporto alle autonomie scolastiche, la definizione di politiche specifiche nel campo dell’educazione degli adulti, gli interventi di edilizia scolastica in funzione delle nuove esigenze degli istituti sono altrettante occasione per assumere un ruolo politico “forte”, capace di interloquire con le Regioni e con il Governo.
2.3 PROGRAMMAZIONE INTEGRATA DELL’OFFERTA FORMATIVA
° La Provincia deve avere una parte primaria nel costruire una scuola di qualità in cui siano garantiti apprendimenti reali e spendibili attraverso i quali ogni soggetto potrà realizzarsi come persona, come cittadino, e fruire di percorsi adeguati nell’inserimento del mondo del lavoro.
° Tra gli Enti locali e la scuola va costruito un “patto” che riguardi soprattutto l’integrazione delle risorse, la condivisione degli obiettivi e delle priorità nell’erogazione dei servizi, la trasparenza dei bilanci, con un rapporto sempre più stretto tra programmazione scolastica e dinamiche territoriali.
Il ruolo degli Enti locali nelle politiche scolastiche è stato recentemente enfatizzato dall’applicazione del D.Lgs 112/1998 i cui articoli prevedono deleghe e trasferimento di alcune competenze alle Regioni (art. 138), ai comuni e alle province (art. 139).
2.4 DAL CENTRALISMO AL DECENTRAMENTO
Il decreto legislativo 112/1998 rappresenta una prima forma di modello “federalista”.
A ciò non si accompagna una maggiore devoluzione di risorse reali dallo Stato centrale a vantaggio degli Enti locali, anzi il fenomeno sembra percorrere strade inverse.
All’interno di tali difficoltà è doveroso per tutti trovare strade nuove per soluzioni efficaci, quali:
° la concertazione tra i diversi soggetti,
° la stipula di “protocolli di intesa” finalizzati a rendere convergenti i vari processi,
° la realizzazione di progetti integrati tra scuola e comunità locali,
° la costruzione di strumenti tecnici che supportino ed amplifichino le buone pratiche…
Riteniamo, quindi, che una programmazione integrata dell’offerta formativa debba partire da forme di partecipazione e di autogoverno, entro una logica di sistema e di progettazione condivisa, al fine di migliorare la qualità degli apprendimenti dei nostri giovani, dar vita a quel lavoro comune che è il cuore del nuovo modello di governo.
2.5 LA PROGRAMMAZIONE TERRITORIALE
Tra i temi assegnati dal D.Lgs 112/1998 alle Province c’è l’organizzazione del servizio scolastico a livello territoriale con l’importante scelta da compiere in merito al dimensionamento degli istituti autonomi. Si tratta di coniugare le spinte verso il contenimento della spesa pubblica con:
° il consolidamento culturale che permetta ad ogni scuola di disporre di risorse professionali e tecniche adeguate,
° il rispetto dell’esigenza dei Comuni di conservare, nel proprio territorio, un presidio scolastico funzionale alle esigenze dei propri cittadini.
Riteniamo che compito della Provincia sia farsi carico, come soggetto attivo, di interagire con determinazione con la Regione per garantire le esigenze del proprio territorio.
2.6 SCUOLA E LAVORO
La Provincia non può ignorare i collegamenti tra scuola e lavoro, pertanto deve costruire itinerari di riflessione tra i diversi soggetti variamente coinvolti. Una formazione valevole per percorsi professionali oggi è quasi del tutto inesistente. È’ un canale, questo, che sembra rivolgersi solo alle fasce più deboli ghettizzandole ulteriormente ed impedendo ogni possibile prospettiva di sviluppo, di ripensamenti, di scelte alternative. È necessario, per tali motivi, ridare dignità al settore prevedendo lo “sfondamento” verso l’alto del percorso professionale.
La Provincia deve
° coordinare il sistema integrato dell’istruzione e della formazione professionale,
garantendo un forte legame con le dinamiche sociali ed economiche del territorio, e predisponendo forti ancoraggi al sistema nazionale di istruzione.
2.7 INTEGRAZIONE COME INCLUSIONE
La Provincia deve farsi carico di migliorare i supporti organizzativi del servizio di istruzione soprattutto per le fasce di alunni con handicap e in situazione di svantaggio, come diritto ad un sistema di tutele e previdenze, che deve essere più solido, proprio per chi è maggiormente debole e in difficoltà.
Il numero
° degli alunni in situazione di handicap,
° di quelli provenienti da altri paesi e culture,
° di quelli in situazione di potenziale disagio,
oggi è in costante aumento in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Ma i sistemi tradizionali di “integrazione” non consentono una reale “inclusione” nel nostro sistema formativo.
La legge di riorganizzazione dei servizi sociali (L. 328/2000) si muove nella prospettiva del principio del “progetto individuale” di vita, richiama, oltre alla valutazione diagnostico-funzionale per i casi di deficit, anche le prestazioni e i servizi alla persona, le misure - non solo economiche - necessarie ad una piena integrazione sociale.
Pertanto, riteniamo che, nell’ambito di una progettazione pubblica, il principio della “personalizzazione” va coniugato con le ragioni della solidarietà,.
2.8 EDUCAZIONE PER TUTTO L’ARCO DELLA VITA
Il Consiglio Europeo di Lisbona ha affermato che “l’Europa è entrata nell’era della conoscenza”.
Formazione e istruzione per tutto l’arco della vita, quindi sono la base per:
° lo sviluppo di una cittadinanza attiva con la partecipazione di tutti i cittadini alla vita sociale ed economica, nella sua complessità;
° la promozione dell’occupabilità.
L’acquisizione di competenze e del sapere non può e non deve essere collegato soltanto all’occupazione, ma costituire momenti di integrazione sociale e sviluppo personale, di valorizzazione di valori comuni, di trasmissione del patrimonio culturale.
Ridisegnare l’intera architettura dell’educazione degli adulti è fondamentale ai fini dello sviluppo di un sistema integrato di istruzione, formazione e lavoro teso a generare appartenenza consapevole alla comunità e a creare le condizioni per un’attiva partecipazione sociale, strumento di sviluppo e fondamento per la promozione di valori universali.
2.9 LA GESTIONE DEGLI EDIFICI SCOLASTICI
L’intesa con le istituzioni scolastiche è condizione ineliminabile per una concertazione funzionale di bisogni e servizi, senza dimenticare le diverse comunità, associazioni e agenzie che operano comunque nello stesso territorio e che hanno necessità di costruire reti di comunicazione e raccordi. La Provincia dovrà garantire, anche attraverso una buona gestione degli edifici scolastici la qualità di vita a tutti i ragazzi e confermare, anche attraverso questa strada, i valori fondamentali di libertà, giustizia sociale, certezza del diritto, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
2.10 FORMAZIONE PROFESSIONALE
Per quel che riguarda la formazione professionale è necessario contrastare l’impostazione dominante che tende ad affermare l’integrazione tra istruzione e formazione in funzione di una concezione che riduce l’istruzione a semplice addestramento in rapporto con un mercato del lavoro sempre più precario e flessibile. Particolarmente pericolosa appare l’applicazione dei protocolli di intesa stipulati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e le singole Regioni italiane, tendenti a sperimentare l’integrazione negli istituti professionali e tecnici attraverso accordi sottoscritti dalle Province e i singoli istituti scolastici. Si tratta di un provvedimento che va contrastato, non solo perché produrrà il trasferimento “forzato” dei ragazzi “problematici e a rischio” (come i disabili) dall’istruzione professionale di stato e tecnica, dove oggi possono ottenere una qualifica valida sull’intero territorio nazionale, alla formazione professionale regionale di primo livello, spesso gestita dai privati, senza alcuna certezza sulla spendibilità della qualifica, ma anche perché, in raccordo con la Legge 30, individua nell’azienda un luogo formativo dove ottenere crediti formativi, lavorando con contratto di apprendistato. La Provincia contrasta l’applicazione di questi protocolli, evitando di sostenere progetti che proponga l’apprendistato come momento formativo.
La Provincia sostiene la creazione e il potenziamento di centri di formazione professionale pubblici, la predisposizione di piani formativi che tengano conto sia delle esigenze di sviluppo alternativo del territorio (ad esempio sviluppare competenze nel settore del riciclaggio e del riuso dei materiali o nel campo delle energie alternative), sia soprattutto della crescita culturale dei ragazzi e non delle contingenze del mercato. Per quel che riguarda le convenzioni con i gestori privati vanno introdotti elementi di qualità e di maggior controllo sull’utilizzo delle risorse.
L’Amministrazione provinciale dovrà agire inoltre nel mondo della scuola per sviluppare e diffondere una “cultura di pace” e la sensibilità per le azioni di cooperazione decentrata coinvolgendo nelle scuole elementari, medie inferiori e medie superiori il “MONDO EQUO E SOLIDALE”
PROGETTI POSSIBILI PER FAVORIRE LE PARI OPPORTUNITÀ SCOLASTICHE
A. Fornire opportunità di istruzione secondaria agli adulti attraverso l’utilizzo dei FONDI SOCIALI EUROPEI. Estendere la formazione della scuola di I e II grado (scuola media e scuola superiore) con corsi serali da tenersi in Istituti della provincia (nelle sedi scolastiche delle città di ASCOLI E FERMO)
B. Favorire la piena integrazione scolastica del disabile, anche attraverso l’elaborazione di accordi di programma in questo senso, rientra nell’offerta formativa della Provincia.
C. Coinvolgere le istituzioni scolastiche sul ruolo della PERSONA ANZIANA nel nostro contesto sociale. Le scuole rappresentano il luogo privilegiato per avviare una “rivoluzione culturale” lavorando in termini rifondativi sull’immagine del vecchio e della vecchiaia. Stimolare una visione della persona anziana in termini di risorsa collettiva, memoria che permette di collegare il presente al passato e definire il futuro.
3.1 IL RUOLO DEGLI AMBITI SOCIALI TERRITORIALI
La Legge quadro n. 328/2000 ha inteso razionalizzare i servizi sociali sul territorio e creato gli Ambiti Territoriali Sociali, strumento questo che dovrebbe toccare con mano le esigenze specifiche sul territorio e cercare di dare risposte immediate. Le risposte immediate implicano risorse finanziarie adeguate: ciò è possibile con il Fondo Unico Sociale che, per “funzionare” in modo appropriato deve partire da una dotazione proporzionata ai bisogni da soddisfare ed essere aumentata ogni anno con opportuni rimpinguamenti. Cosa che non è avvenuta. Per di più il Governo Berlusconi ha posto in essere continui tagli al Fondo Unico e solo la grande mobilitazione di Regioni, Province e Comuni ha impedito il taglio del 55% di risorse da destinare al Sociale.
La Legge citata ha aperto al mercato, coinvolgendo soggetti privati, anche confessionali, nella programmazione e gestione dei servizi pubblici, estendendo ai servizi sociali e al terzo settore le procedure negoziali di affidamento dei servizi (gare pubbliche), e attribuendo alla famiglia il ruolo di promozione del benessere e della coesione sociale che la nostra Costituzione attribuisce alla Repubblica.
Pur in presenza di una cornice legislativa che conferisce alle province compiti residuali, è necessario che si valorizzi fortemente il ruolo di coordinamento dei Comuni, per realizzare un insieme di interventi sociali omogenei a livello territoriale. Si tratta quindi, in controtendenza con la Legge 328/2000 che ha disegnato un "federalismo dell'elemosina", di disegnare un ambito nel quale le politiche sociali di un territorio si coordinano nel tentativo di fornire una risposta universalistica ai bisogni che emergono dal territorio stesso.
Questo ruolo di coordinamento deve realizzarsi
· ponendo dei paletti di "qualità" circa gli standards di servizio da erogare nei diversi campi delle attività socio assistenziali
· realizzando attività formative per gli operatori socio – assistenziali
· realizzando azioni informative sulle opportunità offerte dal territorio in termini di servizi e sui diritti esigibili dagli utenti dei servizi sociali (carta dei diritti)
· attuando adeguati controlli, laddove previsti, sia in sede di autorizzazione al funzionamento, sia sull’attività delle strutture socio – assistenziali.
Ai sensi dell'art. 132 comma 2 del D.Lgs. 112, si aprono spazi per interventi provinciali nel campo del volontariato e della cooperazione sociale.
Il Terzo Settore deve essere valorizzato su progetti innovativi di estensione e arricchimento dell’offerta pubblica. L’affidamento di servizi al Terzo Settore non deve avvenire tramite gare al massimo ribasso, che produrrebbero solo effetti di compressione dei salari dei lavoratori, aumento del lavoro nero ed una caduta della qualità e della quantità dei servizi. Va riconosciuta l’importanza e l’alta funzione sociale del volontariato, ma devono anche essere individuati strumenti di monitoraggio e controllo da parte dell’Ente Locale, per sanzionare chi, sotto la bandiera del volontariato, nasconde sfruttamento e lavoro nero.
Inoltre la provincia può dare concreti contributi a politiche di accoglienza verso i migranti. Bisogna assumere la responsabilità di schierarsi concretamente a fianco dei tanti e delle tante che hanno scelto il nostro Paese come luogo di passaggio, che in esso hanno cercato rifugio dalla guerra economica o sociale o che hanno deciso di costruire in Italia un progetto di vita per sé e per i propri affetti. A tal proposito è indispensabile costruire percorsi di inclusione che permettano l’acquisizione dei diritti di cittadinanza - politici, sociali e civili – attraverso la partecipazione attiva e passiva in sede locale. Innanzitutto, tramite opportune variazioni statutarie, proponiamo di estendere loro il diritto di voto alle elezioni amministrative. Ciò deve preludere una inclusione reale in ogni ambito della vita pubblica nazionale. L’evolversi delle competenze e dei poteri delle Regioni, la presentazione degli Statuti, la possibilità di legiferare in tal senso aprono ampi spiragli: si tratta di rendere concretamente equiparabili le possibilità di inserimento attraverso politiche abitative, di reddito di inserimento, di welfare che non siano a priori escludenti nei confronti dei non autoctoni. E’ necessaria inoltre la creazione di un Osservatorio antidiscriminazione sul territorio. Vanno costruiti, a partire dalla scuola e dalle realtà locali, momenti di reciproca conoscenza e incontro che non si risolvano in superficiale folklore. Esiste ormai un tessuto associativo che pratica la multiculturalità con una propria collaudata esperienza. Nelle proprie funzioni, la Provincia deve coinvolgere questo tessuto associativo in maniera più attiva che in passato. Occorre stimolare gli altri EELL all’utilizzo di risorse per spazi di prima e seconda accoglienza che determinino condizioni di dignitosa abitazione. Migranti, rifugiati e Rom debbono avere accesso paritario a piani di edilizia popolare, a progetti di recupero di strutture dismesse, che permettano loro di attenuare le difficoltà ad ottenere diritto ad una abitazione.
3.2 GOVERNANCE DI PARITA’
La presenza femminile nei luoghi decisionali in generale e, in particolare, nei ruoli di governo e di rappresentanza elettiva, nella nostra provincia è ancora piuttosto bassa .
Questa situazione fa rilevare il gap sempre più forte tra la presenza qualificata delle donne nel mondo del lavoro, delle professioni e della società e la capacità di attrazione delle istituzioni.
Il progetto "GOVERNANCE DI PARITÀ", dunque, nasce dall'esigenza di sperimentare forme innovative di promozione della presenza femminile nelle istituzioni".
Il Governo provinciale ha
dato risposta ad alcune aree di criticità, che colpiscono la partecipazione
delle donne: difficoltà di accesso ai mezzi di informazione e ai sistemi di
comunicazione; scarse opportunità formative e di supporto personale ed
istituzionale; esistenza di una crisi generazionale che allontana le donne
giovani dalle istituzioni; fragilità delle occasioni di confronto con donne
delle istituzioni di altri contesti.
La politica deve tener conto della vita e non può ignorare che senza il valore
aggiunto della differenza, non c’è umanità.
La storica "esigenza"
femminile di armonizzare i tempi di lavoro con i tempi di vita ha costituito il
fulcro e il punto di partenza della discussione sulle politiche temporali.
Su questo tema la elaborazione femminile ha già identificato quattro elementi
innovativi:
1. Riconoscere implicitamente che la questione della conciliazione deve essere
affrontata non soltanto attraverso la legislazione, ma va soprattutto monitorata
ed evidenziata attraverso la sperimentazione sul campo;
2. Sottolineare che questa non è una questione di sole donne, com' è sempre stata ritenuta, ma di donne e d'uomini;
3. Stimolare le "buone azioni" e la partecipazione, non solo delle aziende, ma di tutti gli attori sociali coinvolti;
4. Unire globalizzazione e localizzazione. Es.: conciliare l'esigenza aziendale di perseguire standard mondiali e quella di soddisfare esigenze locali;
E’ necessari andare incontro alle nuove esigenze, di vita e di lavoro facendo in modo che non siano solo le persone ad adattarsi ad un sistema produttivo che cambia in finzione solo nei meccanismi tipici dell’impresa (flessibilità, lavoro a chiamata…).
Attualmente, all'interno della strategia conciliativa si pone un duplice problema: da una parte facilitare l'ingresso delle donne nel mercato (a fronte della netta minoranza dell'occupazione femminile rispetto a quella maschile) e dall'altra, una volta superato questo ostacolo, conciliare i tempi di vita e i tempi di lavoro.
Vi è la necessità di dare una svolta fondamentale al fenomeno dello spazio-tempo, sviluppando nuovi processi di democratizzazione urbana che possono aprire una comunicazione tra politica e società (la politica, come l’economia, è infatti piuttosto legata ai luoghi), assumendo una logica di welfare-space. Ripensare quindi ad una relazione tra territori e alla individuazione di sistemi di interfaccia tra essi, come sistemi di connessione che entrano in contatto al fine di trovare forme di integrazione. Si può ripensare a reti civiche e a servizi telematici territoriali che possano diventare un veicolo per costruire e consolidare rapporti di partecipazione concreta collegata allo sviluppo territoriale e favorire la costituzione, non solo istituzionale, del decentramento amministrativo e politico.
3.3 PROGETTO “CITTA’ IN TEMPO”
Si
propone di migliorare la qualità della vita dei cittadini migliorando la qualità
dei servizi.
La Provincia svolge con questo Progetto un’azione di coordinamento tra comuni
dell’area territoriale nell’ambito dei servizi, servizi scolastici,
amministrativi, sanitari e di abituale utilizzo, prestando particolare
attenzione agli orari con cui essi vengono offerti.
Il progetto ritiene essenziale l’attuazione di una rete informatica che permetta
di realizzare un territorio integrato nel quale per gli operatori e per gli
utenti sia più facile lavorare, ricevere informazioni, comunicare….vivere.
Città in tempo si propone di migliorare la qualità della vita dei cittadini
migliorando la qualità dei servizi. Il Progetto Città in tempo si realizza
attraverso quattro azioni di intervento, che rispecchiano le linee lungo cui si
articola il complessivo Piano di coordinamento provinciale.
3.4 BANCA DEL TEMPO
La Banca
del Tempo è un "istituto di credito" molto particolare, dove si depositano
disponibilità e bisogni e dove vanno le persone che intendono offrire il proprio
tempo libero ricevendo in cambio, le ore di lavoro prestate. Ne esistono poche
sul territorio provinciale (forse una sola ad Ascoli città). Si tratta di una
forma di collaborazione con la quale è possibile scambiare delle prestazioni
contro altre prestazioni valutate in termini di ore. In breve chi, ad esempio,
sa suonare il pianoforte può offrire due ore di lezione in cambio dialtrettante
ore di piccoli aiuti domestico.
La Provincia incentiva e coordina le Banche del Tempo presenti sul
territorio provinciale con un impegno di promozione e di diffusione di questa
esperienza
4. LAVORO E CRESCITA
Nell’elaborare ed attuare un progetto politico unitario di centro sinistra per lo sviluppo, per il progresso e per il governo del territorio PROVINCIALE, le questioni dello stato sociale e del lavoro si intrecciano indissolubilmente.
Un lavoro che cambia, un lavoro che manca. Un lavoro oggi sempre più povero, difficile e precario.
Per il centro-sinistra il Lavoro è il fondamento democratico della Repubblica. Il Lavoro e lo Stato Sociale sono i temi centrali dell’attività politica ed amministrativa del governo provinciale e al centro della elaborazione teorica e della prassi amministrativa il programma provinciale pone al centro della sua elaborazione il:
4.1 “VALORE SOCIALE DEL LAVORO”.
Il lavoro inteso come primo elemento del diritto universale di cittadinanza di ognuno di noi con il ruolo dello Stato come unico terzo soggetto tra gli interessi del mercato e la sfera dei bisogni sociali.
Per la Provincia sono legittime e possibili le politiche che considerano il lavoro un “bene pubblico” importante quanto la salute e l’istruzione. L’obbiettivo è quello di creare una “buona occupazione” per un lavoro stabile ed adeguato al proprio titolo di studio, remunerato come tale, in posti di lavoro sicuri.
4.2 PER LO SVILUPPO OCCORRE UNA BUONA E STABILE OCCUPAZIONE
Il lavoro, anzi il non-lavoro è il tema che preoccupa maggiormente i cittadini e che crea loro insicurezza. La precarietà sul lavoro è al primo posto per una fetta di cittadini pari al 18%: quasi una persona su cinque segnala questo elemento come grave motivo di ansietà e primo aspetto che le Amministrazioni devono affrontare. Il 19%, pari a 4,4 milioni fra coloro che hanno già un lavoro, si sente insicuro; il 55% di questi pensa di avere scarse probabilità di stabilizzare la propria posizione, mentre il 79% di tutti i cittadini intervistati ritiene che le Amministrazioni locali possano agire per dare maggiori sicurezze in quest’ambito.
4.3 Il RUOLO DELLA PROVINCIA DI ASCOLI PICENO: IL NUOVO PATTO SOCIALE PER LA QUALITA’ DEL LAVORO NEL TERRITORIO
In questi ultimi anni la Provincia di Ascoli Piceno ha responsabilmente assunto le competenze in materia di mercato del lavoro trasferite con il d. lgs. N° 469/97 e con le leggi regionali di attuazione.
Va orientata sempre di più la nostra azione verso la costruzione di accordi locali attraverso il:
NUOVO PATTO SOCIALE PER LA QUALITA’ DEL LAVORO NEL TERRITORIO che, declinando insieme occupazione e sviluppo, favoriscono sinergie tra tutti gli attori locali per progetti sul territorio, consapevoli che la qualità del mercato del lavoro e la sua tenuta nel tempo si costruisce tramite la valorizzazione delle potenzialità (individuali, sociali, economiche, culturali) del territorio. Vogliamo sottolineare alcuni aspetti fondamentali dell’azione politica del centro-sinistra, partendo da un semplice concetto, in netto antitesi con la Riforma del governo Berlusconi (legge n. 30 del 2003) e cioè:
La sacrosanta lotta alla disoccupazione, infatti, non deve passare attraverso l’aumento della disuguaglianza, con la diminuzione dei diritti e della tutela dei lavoratori, vecchi e nuovi. Ne con l’abolizione del contratto a tempo indeterminato come prevede la stessa legge.
Il collocamento pubblico è infatti una funzione complessa, che non si esaurisce nella mera gestione dei servizi di incrocio domanda/offerta, ma si articola e si sviluppa secondo maggiori parametri e finalità, sempre assumendo il punto di vista del cittadino e delle sue esigenze.
Questo impegno ha trovato ulteriore conferma nel recentissimo rapporto Isfol che testimonia il salto di qualità fatto dai Centri per l’Impiego provinciali (ex uffici di collocamento).
Più il 90% dei centri ha il servizio di accoglienza, più dell’83% la funzione di orientamento, i 95% quella di selezione del personale registrandosi altresì un forte incremento delle imprese che reclutano il personale attraverso i centri per l’impiego provinciali.
Al riguardo si sottolinea come quasi l’11% del personale reclutato nel 2002 sia stato trovato dalle imprese tramite i Centri per l’Impiego della Provincia. Ci siamo distinti ad Ascoli Piceno, a livello nazionale, per l’efficacia e l’efficienza dei Centri per l’Impiego, che abbiamo istituito.
Oggi, però, tutto questo lavoro ed impegno è messo in serio pericolo dalla riforma della legge n. 30/03 di Berlusconi, che bloccherà il ruolo degli Enti pubblici nella gestione dell’incrocio domanda- offerta di lavoro e annullerà tutto il lavoro finora svolto.
4.4 COSTITUZIONE DEI LAVORI,
Per una migliore qualità del lavoro sul territorio, contrastando gli infortuni e le malattie, è in atto una politica di reale e praticata concertazione che si pone il traguardo di una futura e più alta coesione sociale, per il miglioramento delle relazioni tra i soggetti protagonisti Questa azione, sostenuta anche perseguendo la Certificazione Etica delle Imprese, attraverso l’istituendo Comitato Etico Provinciale, potrà favorire il rilancio di un programma di sviluppo, socialmente compatibile con l’ambiente e con le legittime esigenze, economiche e civili, di chi nel territorio ci vive e lavora”.
Diventa quindi necessario contrastare la diffusa tendenza a gestire la materia attraverso società miste pubblico – privato (privati autorizzati a svolgere funzioni pubblicistiche), che per loro natura non possono essere in grado di sottrarre i giovani, in particolare, alla fortissima iniziativa delle strutture private di collocamento, sorte come funghi grazie alle scelte del Governo in materia.
A tal fine intendiamo sviluppare il ruolo pubblico dei Centri per l’Impiego in opposizione ai privati.
La creazione di sportelli pubblici multiservizio diffusi su tutto il territorio, collegati in rete con il sistema telematico a livello nazionale ed europeo, la modifica del sistema di iscrizione e la ridefinizione di un intervento pubblico nel collocamento, nelle vertenze e in generale per il sostegno ai lavoratori e ai disoccupati, può determinare un' alternativa reale alle politiche neoliberiste, alla flessibilità e alla privatizzazione del settore.
Qualità del lavoro e qualità dei servizi devono essere due facce della stessa medaglia. Dobbiamo concepire il lavoratore pubblico (intendendolo come lavoratore pubblico dei servizi allargati), quelli che lavorano per la città, per il territorio, per le persone, come fossero “pubblico impiego”.
Le Province devono rifiutarsi di praticare l’autocertificazione al fine di non favorire l’individualizzazione del rapporto di lavoro ed il relativo ricatto nei confronti dei lavoratori insiti in questo istituto. Ciò anche per evitare di diventare controparti dei lavoratori stessi nelle eventuali cause legali.
Va evitato che scuola, università e camere di commercio svolgano intermediazione di mano d’opera.
Vanno programmati controlli estesi ed efficaci, anche in accordo con i comuni, in materia di lavoro nero, nei settori che risultassero avere elevati tassi di incidentalità. La stessa azione va esperita nei confronti delle aziende che in qualunque modo operassero per l’ente o che dall’ente ricevessero benefici sotto qualsiasi forma.
Gli incentivi finanziari, o di altra natura, a sostegno delle imprese devono essere vincolati alla qualità del lavoro ed alla sua stabilizzazione: la Provincia non agevola la precarietà.
Sappiamo che le privatizzazioni hanno come scopo anche l’abbattimento del costo del lavoro e dei diritti. Sosteniamo pertanto l’esigenza di contrastare in tutti i modi la privatizzazione dei servizi attualmente gestiti dal pubblico. Così va aperta una battaglia per avviare la ripubblicizzazione dei servizi. Ma se non riusciamo a bloccare le privatizzazioni, allora va posta con determinazione la “clausola sociale”. Nel momento in cui si indice una gara, un appalto, si deve inserire nel capitolato delle clausole in cui stia scritto qual è l’occupazione, qual è il contratto di riferimento, i diritti acquisiti. C’è un problema a monte: i capitolati d’appalto devono essere contrattati prima dalle organizzazioni sindacali e dai lavoratori perché, una volta esperita la gara, non sussistono margini di intervento.
A questo proposito, va ricordato che il maxidecreto del Governo convertito in legge prevede l’opzione fra privatizzazione e, in particolari condizioni, l’affidamento diretto ad aziende pubbliche. Privatizzare non è più un obbligo.
In due casi del pubblico impiego i lavori precari non dovrebbero essere utilizzati mai: quando si lavora per le persone; quando ci sono problemi di sicurezza intrinseci.
Il problema della sicurezza abitativa costituisce una drammatica emergenza per una fetta consistente, anche se minoritaria, della popolazione del nostro territorio.
Lo squilibrio tra domanda e offerta di abitazioni, esasperato dalla attrazione turistica dei nostri territori, sia per quanto concerne l’acquisto come per la locazione, rende inaccessibile il mercato alle fasce più svantaggiate.
In questo contesto, in relazione alle nuove ed importanti competenze ad essa assegnate, la provincia dopo un’attenta rilevazione del fabbisogno abitativo in collaborazione con i Comuni dovrà impegnarsi nella localizzazione degli interventi idonei a soddisfare le drammatiche esigenze della comunità locale. In tal senso dovranno essere privilegiati gli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente anzichè l’occupazione di nuovo territorio.
L’amministrazione Provinciale dovrà inoltre operare per far si che nell’ambito della pianificazione urbanistica degli enti locali siano previsti incrementi volumetrici solo se destinati a aumentare la dotazione di Edilizia convenzionata e di alloggi da locare a canone calmierato.
Va attuato il Piano Faunistico Provinciale, strumento positivo e condiviso, approvato dalla precedente amministrazione di Centro sinistra.
In particolare vanno assicurate adeguate risorse per il funzionamento degli istituti protetti (zone di ripopolamento e cattura)
Dovrà inoltre essere adeguatamente riorganizzata la vigilanza venatoria.
Fondamentale sarà l’effettiva operatività dei comitati di gestione degli Ambiti Territoriali di Caccia che al proprio interno includono le espressioni dell’associazionismo ambientalista, agricolo e venatorio.
E' necessario che si passi dalla logica burocratica degli sportelli al servizio dei praticanti la caccia e la pesca, alla logica della gestione e protezione delle risorse faunistiche del territorio. Per realizzare questo obiettivo, le attività ittiche e venatorie devono essere monitorate in rapporto strettissimo con la pianificazione territoriale ed ambientale. La gestione oculata della fauna ittica può avere ricadute importantissime sui piani di risanamento delle acque, costituendo un indicatore fondamentale della salute dei corsi d'acqua e consentendo di tenere sotto controllo - oltre alle attività industriali classiche - anche quelle forme di sfruttamento della risorsa idrica che avvengono "a monte" (ad. es. la captazione a scopo energetico), nelle zone meno antropizzate del territorio.
7. Sport e tempo libero
Considerata l’insostituibile funzione socio educativa dello sport nell’ambito della comunità e la sua valenza anche in ambito turistico, la Provincia dovrà operare al fine di creare sinergie tra tutte le realtà associative e societarie presenti nel territorio,
In tal senso dovrà essere fornita a tali realtà adeguata consulenza e supporto per l’accesso ai contributi erogati dalla Regione e dagli altri soggetti istituzionali.
Dovranno essere altresì previsti interventi a carico del proprio bilancio con particolare attenzione per gli sport minori e dilettantistici, al fine di favorire la pratica dello sport di massa.
8. LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE DECENTRATA
In coerenza con il ruolo nuovo richiesto alle istituzioni locali per la costruzione di un mondo più pacifico ed equlibrato, nell’interesse dei propri cittadini, la Provincia deve assumere un ruolo importante nella promozione e nel coordinamento delle attività di solidarietà e cooperazione internazionale già molto diffuse nel territorio.
· definire strategie di cooperazione decentrata;
· partecipare con risorse proprie alle iniziative di cooperazione decentrata;
· collaborare con altri programmi nazionali ed europei di intervento;
· favorire a livello territoriale la creazione di gruppi/comitati di sviluppo locali capaci di partecipare alle iniziative di cooperazione;
· coordinare le proposte operative promosse da vari attori del territorio;
· partecipare o realizzare con proprie strutture e personale progetti di cooperazione decentrata.
Gli EE.LL. inoltre possono promuovere, stimolare, favorire e sostenere la partecipazione ad iniziative e progetti di Cooperazione Decentrata, gestiti con soggetti privati e pubblici nelle realtà locali di riferimento quali: associazioni di cooperazione e solidarietà; organizzazioni di lavoratori, organizzazioni non governative; commercio equo solidale, consumo critico, finanza etica; centri sociali; istituzioni e servizi pubblici; scuole e Università; centri di ricerca e Formazione; Comunità Montane; enti amministrativi; associazioni di categoria. Il finanziamento di iniziative decentrate di sviluppo può avvenire anche attraverso i canali classici di sostegno nazionale ed internazionale (MAE, U.E., organizzazioni internazionali): ma una cooperazione veramente decentrata ha anche bisogno di fonti di finanziamento autonome che possono essere identificate sia a livello di istituzioni e strutture pubbliche e/o private e soprattutto, a livello di enti regionali e locali che operano attraverso leggi e delibere specifiche mettendo a disposizione delle iniziative di sviluppo una quota dei loro bilanci annuali.