Salario minimo, diritto a un futuro

L a proposta di salario sociale che avanziamo come Giovani Comunisti si inserisce in un dibattito ampio nella sinistra antagonista sugli strumenti da adottare per rispondere alle profonde modificazioni intervenute nel mercato e nell'organizzazione del lavoro. Dopo la fine della fase di accumulazione fordista con gli anni 70, assistiamo nel nostro paese e in tutto l'occidente ad una profonda modificazione della produzione e dell'organizzazione del lavoro. Da tassi di disoccupazione europei che alla metà degli anni '70 si assestavano mediamente sul 4% grazie alle politiche keynesiane di redistribuzione, abbiamo con la fine di quel ciclo ad oggi un aumento costante stabilizzatosi intorno al 11%. Si tratta quindi di un processo strutturale, difficilmente modificabile con politiche congiunturali o di semplice aumento del PIL. L'attuale disoccupazione strutturale e di massa è accompagnata e fa da motore da una crescente precarizzazione del rapporto di lavoro, con la creazione di un esercito di neo occupati costituito da contratti cosiddetti atipici. Il lavoro, dopo 15 anni di dominio del capitale, risulta frammentato e scomposto. Una scomposizione che mina ai diritti acquisiti dal ciclo di lotte degli anni '60 e '70. Una precarizzazione che agisce anche in quei settori di lavoro dipendente ancora forti da un punto di vista contrattuale, che vedono avanzare oltre modo anche al loro interno quest'innovazione. Questo fenomeno risponde alle esigenze della produzione snella e del just in time, rendendo al massimo il lavoro variabile dipendente del profitto, così come la produzione è dipendente dalla domanda del mercato.

A questa realtà, nostro malgrado però, il lavoro si adatta. Produce micro-conflittualità, spesso ribellismo individuale, ma senza incontrare forme compiute di soggettività e organizzative. E' proprio qui, a nostro avviso, il punto di crisi, di rottura con la pratica sociale dei decenni passati, con la classe cosi come l'avevamo conosciuta. Innanzitutto perché i processi di delocalizzazione dividono territorialmente e disperdono i luoghi del conflitto. Poi anche perché la precarizzazione mette in moto una diversificazione orizzontale dei soggetti, ripropone forme individuali di rapporto di lavoro atomizzate e incapaci di darsi soggettività o coscienza. Ma questo isolamento produce un'insicurezza diffusa sul proprio futuro, ed è qui che una sinistra che voglia ricomporre un blocco sociale per la trasformazione deve saper intervenire. Questo unitamente alla difesa degli strumenti fin qui conquistati di tutela e di garanzie universali, sapendo però che non è possibile pensare ad una reversibilità tout-court di processi oramai profondi e strutturali. In questo senso pensiamo alla proposta di introdurre nel nostro paese un salario minimo inter-categoriale fissato per legge, che dia a tutte e tutti, un minimo inderogabile di salario superiore a minimi già esistenti. L'altra proposta è il "salario sociale", formato da servizi, quali il diritto alla casa e ai trasporti e da quote di reddito pari all'80% dello Smic da assegnare agli inoccupati, da almeno un anno iscritti al collocamento, per un periodo di formazione finalizzato all'impiego in lavori socialmente e ambientalmente necessari, lavori extramercantili per il recupero del territorio e dell'ambiente, per la cura delle persone e il risanamento delle città. Un salario sociale finanziato non da tagli alle pensioni o da altri capitoli del già misero welfare italiano, ma dalla tassazione del capitale speculativo e finanziario, dal recupero dell'evasione fiscale e dai grandi patrimoni. Un salario sociale che sia anche esteso a chi perde il lavoro, o a chi è intermittente, perché siano sottratti al ricatto del lavoro nero o precario. Perché il diritto all'autonomia di poter avere una casa, di poter viaggiare e costruire relazioni, non sia negato da un modello di società dove il tempo è consacrato alla produzione per chi è occupato e sempre più flessibile, o al saltare da un impiego all'altro per chi è precario e intermittente, o a cercare un'occupazione per chi è disoccupato. Queste proposte, non hanno la pretesa di essere esaustive riguardo alla questione della battaglia

per la piena occupazione. Esse vogliono essere uno stimolo per saper ripensare una nuova mutualità, per costruire aggregazione e creare conflitto sociale, il grande assente dell'ultimo decennio. La stagione della concertazione e la politica ed redditi ci consegna infatti un panorama sociale desolante, dove il conflitto sociale è un ricordo degli anni passati. L'obiettivo oggi non può essere quindi che quello della ricomposizione. In questo senso vanno gli esperimenti che a Roma, con altre forze della sinistra antagonista e sociale, stiamo cercando di creare anche come Giovani Comunisti. Esperimento difficile ma necessario, per costruire vertenze non estemporanee o occasionali, ma per far vivere insieme a queste una nuova pratica sociale, nuovi luoghi della rappresentanza sottratti alla concertazione e all'omologazione. Si tratta di un lavoro di contro-informazione, di assistenza legale e di creazione di un luogo dove le figure disperse del lavoro possano incontrarsi e riconoscersi.

*** esecutivo nazionale Giovani Comunisti
pubblicato dal manifesto del 17 dicembre