
ANALISI DELLA RIFORMA MORATTI
Dopo soli due anni dall’applicazione della riforma Zecchino, la Ministra Moratti ha affidato alla commissione De Maio, rettore della LUISS, il compito di “riformare la riforma”, proviamo a capire in quale direzione.
Come si vede dal testo, che non è altro che la riforma del centrosinistra corredata da alcuni emendamenti, questa nuova riforma in realtà condivide ampiamente tutto l’impianto della Zecchino, la sua ispirazione liberista e canalizzante volta a trasformare l’università in una “fabbrica di precari”.
Ciò non toglie però la ulteriore gravità di questa proposta che, a mio avviso, è un intreccio micidiale tra nuove aspirazioni “gentiliane” e interessi di ancor più privatistici.
Le modifiche nel dettaglio:
Il primo cambiamento è nominalistico, ossia la Laurea specialistica cambia nome e diviene Laurea Magistralis, che già dal nome allude ad una laurea in alcuni casi forse meno professionalizzante e sicuramente più elitaria (chi termina il dottorato di ricerca consegue invece la Laurea Doctoralis)
All’art. 3 comma 4 si cominciano a capire i cambiamenti sostanziali. Se prima la Laurea di primo livello aveva l'obiettivo di “assicurare allo studente un'adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali, nonché l'acquisizione di specifiche conoscenze professionali”, adesso c’è un o che cambia non poco. Ossia la Laurea o assicura allo studente un'adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali o l'acquisizione di specifiche conoscenze professionali. Successivamente all’art.11 comma 7 lett. a) si specifica meglio come avviene il meccanismo: “I regolamenti didattici di ateneo, nel rispetto degli statuti, disciplinano altresì gli aspetti di organizzazione dell'attività didattica comuni ai corsi di studio, con particolare riferimento: a) ai criteri di accesso ai corsi di laurea, prevedendo, fatto salvo quanto stabilito per i corsi di cui all’articolo 1, comma 1, della legge 2 agosto 1999, n. 264, che gli studenti vengano immatricolati a corsi di base comuni secondo criteri e procedure disciplinate nel regolamento didattico di ateneo. A tale fine i regolamenti didattici di Ateneo stabiliscono che tutti i corsi di laurea o gruppi affini di essi, afferenti alla medesima classe, condividano le stesse attività didattiche comuni per un minimo di 60 crediti prima della differenziazione dei percorsi formativi prevista dall'articolo 3, comma 4, e definiscono i criteri per la prosecuzione degli studi nei diversi percorsi.
Quindi non solo i percorsi vengono canalizzati invece che in un 3+2 (Laurea e Laurea specialistica) in 1+2+2 (corsi di base, Laurea con conoscenze generali o Laurea professionalizzante, Laurea magistralis), ma gli Atenei devono stabilire “i criteri per la prosecuzione degli studi nei diversi percorsi”, ossia i criteri di merito per l’idoneità per l’uno o per l’altro percorso al termine del primo anno di studi, in cui uno studente si giocherà tutte le sue possibilità future capendo se riuscirà ad ottenere la Laurea di serie C o di serie B (con una piccola possibilità, come vedremo, di accedere in serie A).
Quanto possa essere rigida questa canalizzazione ce lo fa ipotizzare la soppressione del comma 4 dell’art. 9 della Zecchino che diceva “All'atto dell'istituzione di un corso di laurea, l'ordinamento didattico stabilisce quali crediti acquisiti saranno riconosciuti validi per l'eventuale prosecuzione degli studi universitari in altri corsi di studio attivati presso la medesima università, nonché, sulla base di specifiche convenzioni, presso altre università”. La bozza De Maio non ritiene necessario prevedere questa opportunità… scusate se penso al peggio.
Ovviamente questo rafforzamento rispetto alla canalizzazione già prevista dalla Zecchino, non può non implicare un ulteriore indebolimento del valore legale del titolo di studio, già indebolito fortemente dalla messa in concorrenza degli Atenei-azienda da parte della Zecchino, che prevede infatti il rilascio da parte dei singoli Atenei di supplementi al diploma di ogni titolo di studio con le principali indicazioni relative al curriculum specifico seguito dallo studente per conseguire il titolo (art. 11 comma 8). Se la Zecchino però manteneva un uguale valore legale formale (non sostanziale) la bozza De Maio dà un ulteriore mazzata aggiungendo una semplice dicitura all’art.4 comma 3: “I titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore legale, e sono corredati dal supplemento al diploma di cui all’articolo 11, comma 8”.
Fin qui tutto scontato o quasi, vista la natura fortemente classista di questo Governo. Ma all’art. 5, quello concernente i Crediti formativi universitari, il cambiamento è sorprendente e forse più complesso di quanto sembra. Se prima al credito formativo corrispondevano 25 ore di lavoro, ora ne corrispondono 25 di impegno, altra semplice parolina che però forse cambia non poco. E il cambiamento sembra più evidente dal momento che nella bozza De Maio viene soppresso il comma 3 dell’art.5 della Zecchino che diceva: “I decreti ministeriali determinano, altresì, per ciascuna classe di corsi di studio la frazione dell'impegno orario complessivo che deve essere riservata allo studio personale o ad altre attività formative di tipo individuale. Tale frazione non può comunque essere inferiore a metà, salvo nel caso in cui siano previste attività formative ad elevato contenuto sperimentale o pratico”. Non c’è dunque più distinzione tra ore di studio individuale e frontale (frequenza), e questo potrebbe incidere positivamente nel limitare i casi di frequenza obbligatoria formale anche se, come stiamo vedendo, la struttura della Zecchino e il ritmo e il tipo di esami comportano sovente una frequenza obbligatoria sostanziale, più che formalmente stabilita. All’art.10 comma 4 De Maio rafforza poi uno degli obbiettivi principali della Zecchino, ossia quello di trasformare l’istruzione in formazione professionale passibile di obsolescenza e lo studente in precario in formazione e, in caso, già lavoratore a costo zero. Viene in inserita, infatti, dopo la lettera d), per cui i corsi di studio devono prevedere attività formative “volte ad acquisire ulteriori conoscenze linguistiche, nonché abilità informatiche e telematiche, relazionali, o comunque utili per l'inserimento nel mondo del lavoro, nonché attività formative volte ad agevolare le scelte professionali, mediante la conoscenza diretta del settore lavorativo cui il titolo di studio può dare accesso, tra cui, in particolare, i tirocini formativi e di orientamento di cui al decreto 25 marzo 1998, n. 142 del Ministero del lavoro”, la lettera e) che esplicita ancora di più i loro obbiettivi prevedendo “attività formative relative agli stages e ai tirocini formativi presso imprese, amministrazioni pubbliche, enti pubblici o privati ivi compresi quelli del terzo settore, ordini e collegi professionali, sulla base di apposite convenzioni”. A questo punto non può sfuggirci che il non determinare il numero di crediti adibito a studio frontale (lezioni), permette il fatto che alcuni corsi di studio possano prevedere in realtà più del 50%, se non percentuali ancora più alte, del proprio percorso formativo universitario caratterizzato da stages, ossia da lavoro gratuito. Purtroppo questa ipotesi potrebbe non rivelarsi una ipotesi apocalittica. L’idea è quindi forse di eliminare la quantificazione del tipo di studio costruendo una diversa e più libera acquisizione e rielaborazione di sapere per specifici corsi umanistici e “magistralis” (ossia fortemente elitari), lasciandosi invece la possibilità di caratterizzare interamente alcuni corsi con l’esperienza lavorativa precaria diretta.
L’art. 6 comma 2 della Zecchino cambia invece nella maniera più semplice e diretta possibile. Se Zecchino, infatti, ci diceva che “Nel caso di corsi di laurea specialistica per i quali non sia previsto il numero programmato dalla normativa vigente in materia di accessi ai corsi universitari, occorre, altresì, il possesso di requisiti curriculari e l'adeguatezza della personale preparazione verificata dagli atenei”, lasciando quindi la possibilità di attuare il numero chiuso per il secondo livello, De Maio rende la cosa sistematica dicendo: “Nel caso di corsi di laurea magistralis per i quali non sia previsto il numero programmato dalla normativa vigente in materia di accessi ai corsi universitari, l’università stabilisce per ogni corso di laurea magistralis, specifici criteri di accesso che prevedono, comunque, il possesso di requisiti curriculari e l'adeguatezza della personale preparazione verificata dagli atenei, con modalità definite nei regolamenti didattici”.
Se dunque per la Laurea di primo livello rimane la libera modalità di verifica delle conoscenze ritenute necessarie, e gli eventuali debiti formativi da scontare, per la laurea magistralis si parla proprio di criteri di accesso e non di modalità di verifica delle conoscenze.
All’art. 9 comma 2 la bozza De Maio entra con forza anche nella gestione della concorrenza fra gli Atenei-azienda, esplicitando per legge l’idea dei requisiti minimi che già sta producendo diversi danni. Il comma 2 infatti recita: “Con apposite deliberazioni le università attivano i corsi di studio istituiti ai sensi del comma 1 nel rispetto dei requisiti minimi strutturali, organizzativi e di qualificazione dei docenti dei corsi determinati con decreto del Ministro nell’osservanza degli obiettivi e dei criteri della programmazione del sistema universitario.” E’ così esplicito che gli Atenei di serie A potranno fare i corsi di serie A, per gli altri ci saranno la B e la C.
Per finire all’art. 11 comma 4 si rafforza ancora il legame subalterno dell’università agli interessi delle imprese. Se infatti la Zecchino prevedeva che le denominazioni e gli obbiettivi formativi dei corsi di studio “sono assunte dalle università previa consultazione con le organizzazioni rappresentative a livello locale del mondo della produzione, dei servizi e delle professioni”, De Maio aggiunge una breve riga per fugare ogni dubbio “con particolare riferimento alla valutazione dei fabbisogni formativi e degli sbocchi professionali”.
CONCLUSIONE
Questa riforma della riforma (è bene chiamarla così e non controriforma, visto che la Zecchino controriforma era già) è dunque, come dicevo, da un lato un soddisfacimento di nuove pulsioni gentiliane, dall’altro una vera e propria sistematizzazione della logica privatistica della Zecchino.
Dal loro punto di vista, infatti, la riforma del Centrosinistra da un lato riduce effettivamente tutto il sapere a pura nozione (mentre la figura del grande intellettuale umanista affascina ancora la destra nostrana, in particolare la sua classe docente), dall’altro non funziona troppo bene per il suo vero fine di canalizzazione di forza lavoro precaria qualificata per gli interessi di breve periodo delle imprese locali.
Se mi consentite penso che siamo di fronte ad un confronto tra un liberismo “autoritario” e uno, quello del Centrosinistra, assolutamente ideologico. D’altronde è evidente che i liberisti neofiti del Centrosinistra, come tutti i neofiti, si sono fatti accecare dall’ideologia. La Zecchino, infatti, presuppone che la libera concorrenza fra atenei crei, attraverso la mano invisibile, la giusta canalizzazione dei percorsi formativi creando gli atenei di A e B, i corsi di primo livello di A e B e un libero formarsi di “sbarramenti spontanei”. Ovviamente questa impostazione lasciava più margini per vertenze territoriali specifiche degli studenti. Il centrodestra, ben più attento agli obbiettivi delle imprese senza condirli troppo di ideologia, si dimostra ben più “dirigista” prevedendo direttamente i numeri chiusi, i percorsi e la concorrenza fra atenei. Ovviamente aumentando ancora il legame con le imprese private.
E’ chiaro che nostro obbiettivo già dal prossimo autunno deve essere provare a bloccare l’approvazione di questa riforma, sapendo però che ci troveremo, su questo specifico obbiettivo, con un alleanza inedita con Zecchino in persona, unitamente a tutto il centrosinistra, alla classe docente diessina, alla CGIL e all’UDU che stanno già propagandando la loro strenua battaglia tutta a difesa della Zecchino.
Per noi deve essere incede l’occasione per rimettere in discussione totalmente l’attuale riforma, infatti, se ci dicevamo che era debole difendere l’università del pre-riforma ai tempi di Zecchino, oggi sarebbe assolutamente assurdo.
Prendiamola dunque come un grande rischio di ulteriore arretramento per i diritti degli studenti ma anche come una possibilità di rivincita e di rimessa in discussione totale dell’Università-azienda. In questo senso la cosa più efficace penso che sarà impostare l’opposizione a questo progetto partendo dalla mobilitazione contro le contraddizioni che già gli studenti vivono in questa università e che la Moratti vuole ancora rafforzare, cosa che ci potrebbe permettere stavolta, a differenza della mobilitazione sulla riforma del centrosinistra, di mobilitarci su contraddizioni già esistenti e non su un progetto non ancora subito dagli studenti e a volte percepito come lontano.
Giulio Calella
Responsabile naz. Università dei/delle GC