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Non vi sono scelte di politica economica, ma solo la meccanica (e ultraliberista) riduzione della spesa per tutte le voci di bilancio |
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La Finanziaria strozza il Paese |
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Andrea Ricci |
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Liberazione 28 ottobre 2004 L'entità complessiva della manovra finanziaria presentata dal Governo (24 miliardi di euro) è molto pesante. Negli ultimi quindici anni soltanto in due occasioni l'aggiustamento dei conti pubblici è stato superiore, in termini assoluti, a quello odierno: nel 1993 con la Finanziaria di Amato (90.000 miliardi di lire), ancora oggi ricordata come un'operazione di massacro sociale, e nel 1997 con la Finanziaria di Prodi (62.500 miliardi di lire) che portò l'Italia a centrare l'obiettivo dell'entrata nell'euro. In due altre occasioni, nel 1992 e nel 1995, le dimensioni della manovra hanno raggiunto livelli analoghi a quelli di quest'anno. Tutte le altre volte sono state ben al di sotto. Di fronte alla cruda realtà delle cifre, appare allora patetico lo sforzo del Governo di presentare la manovra di bilancio come un provvedimento leggero ed indolore. Come ha ricordato la Corte dei Conti, essa avrà inevitabilmente effetti depressivi sull'economia, tanto più gravi in una fase di stagnazione quale quella che stiamo attraversando da oltre quattro anni. Il cuore della manovra di quest'anno è rappresentato dall'introduzione del vincolo del 2% all'aumento delle spese correnti della pubblica amministrazione, che produrrà un risparmio per le casse dello Stato di ben 9,5 miliardi di euro. Il neoministro Siniscalco ha presentato questa novità come una svolta epocale nella politica fiscale italiana perché, a suo dire, riuscirebbe a reperire risorse senza tagliare la spesa. Per capirci meglio è allora utile verificare cosa è successo negli anni passati. Negli ultimi venti anni le spese correnti delle amministrazioni pubbliche sono sempre aumentate in termini nominali da un anno all'altro; persino quella che viene indicata come la più grande stangata della storia nazionale, la Finanziaria di Amato del 1993, prevedeva un incremento nominale della spesa pubblica del 6%. Sulla base dei ragionamenti dell'attuale Governo, quindi, i cittadini italiani non avrebbero mai sperimentato nessun sacrificio. Sappiamo bene che così non è. Infatti sempre la correzione dei conti pubblici è avvenuta tagliando la spesa corrente rispetto alla spesa tendenziale a legislazione vigente, che tiene conto dell'inflazione e della crescita del reddito. Da questo punto di vista quindi Siniscalco ha scoperto l'acqua calda. Poiché nel 2005 la spesa tendenziale dovrebbe avere un incremento del 4,7%, la manovra del Governo imporrà una riduzione del 2,7% rispetto alle risorse necessarie per mantenere l'offerta di servizi pubblici all'attuale livello. Essa peserà soprattutto sulle Regioni e sugli enti locali, con l'inevitabile conseguenza di una riduzione consistente dei servizi sociali offerti ai cittadini o di un inasprimento delle tasse e delle tariffe locali. La vera novità di quest'anno sta, invece, nel metodo di formazione del bilancio pubblico. In precedenza, i tagli erano il frutto di una valutazione di politica economica sull'utilità dei singoli capitoli di spesa. Teoricamente, il Governo doveva predisporre il bilancio con l'obiettivo di minimizzare gli effetti negativi sul sistema economico e sul benessere dei cittadini, in primo luogo concentrando le riduzioni della spesa tendenziale su quelle voci dove si annidano gli sprechi e le inefficienze oppure su quelle considerate inutili. Qualora ciò non fosse bastato, il Governo doveva compiere una scelta politica in merito alla distribuzione sociale dei sacrifici, decidendo ad esempio se ridurre le spese militari o le spese sanitarie, le spese per la ricerca e l'innovazione o le spese per le auto blu ecc. In questo modo, ogni manovra finanziaria era un vero atto di politica economica perché comportava scelte e indirizzava, nel bene o nel male, lo sviluppo economico e sociale del Paese. Quest'anno invece si impone una regola meccanica di riduzione della spesa valida per quasi tutte le voci di bilancio. Restano escluse soltanto la spesa per remunerare la rendita pubblica e poche altre. In questo modo la formazione del bilancio pubblico perde ogni carattere politico e diventa un'operazione puramente tecnica, per predisporre la quale non serve un Parlamento eletto dal popolo, ma è sufficiente un ragioniere iscritto all'albo. Tanto è vero che questo metodo è stato proposto a livello europeo da alcuni economisti ultraliberisti in sostituzione del Patto di stabilità, insieme all'idea di sottrarre la politica fiscale ai Parlamenti nazionali per affidarla, come già avviene per la politica monetaria, ad un comitato di esperti, immune da ogni influenza politica e sociale. Il fatto che questo metodo di formazione di bilancio venga adottato da un Paese come il nostro, in preda ad un declino economico strutturale, che richiederebbe viceversa forti e mirati interventi pubblici di rilancio dell'apparato produttivo, è un atto di totale irresponsabilità. Il Governo, preso atto della sua incapacità, rinuncia a governare l'economia del Paese proprio quando essa sta affondando. Alla fine il danno sarà per tutti, anche per quelli che oggi sostengono questa politica scellerata.
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