|
|
|
Il fisco e le rose |
|
Andrea Ricci |
|
Liberazione 22 ottobre 2004 E' probabile che Gertrude Stein, per dire che una cosa è ciò che essa è, non avrebbe mai scritto il suo celebre verso ("una rosa è una rosa è una rosa") se avesse avuto l'opportunità di conoscere il fisco italiano di oggi. Forse, scontando una minore suggestione poetica in cambio di una maggiore comprensione dei lettori, avrebbe potuto addirittura scrivere "un euro non è un euro non è un euro". Infatti in Italia, dopo il prelievo tributario e previdenziale, un euro di salario diventa 60 centesimi, mentre un euro di rendita finanziaria ne diventa 87,5, senza contare che, poiché circa un quarto del valore totale della ricchezza annua sfugge ad ogni imposizione, per molti imprenditori e liberi professionisti un euro continua ad essere un euro. È questa una situazione paradossale e, insieme, paradigmatica delle regole che governano il nostro sistema economico. "Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza", scrivevano i fondatori dell'economia politica. Spaventati da questa verità, densa di perigli sovversivi, i successivi economisti liberisti (o "volgari" per usare l'efficace espressione di Marx) si sono sforzati, senza mai convincere, di aggiungere, accanto al lavoro, anche "l'astinenza dal consumo", cioè il risparmio. Mal che vada, quindi, un sistema fiscale che non voglia seccare le sorgenti del benessere economico dovrebbe tassare allo stesso modo tutti i redditi, derivino essi dal sudore della fronte o dalla rinuncia ascetica al godimento immediato. Tanto più in un'epoca come la nostra, dove i possessori di grandi patrimoni finanziari, più che l'astinenza, praticano l'incontinenza dei consumi, mostrando in bella vista i loro panfili e i loro castelli, con piscina e anfiteatro annessi e condonati. D'altra parte è bene non dimenticare che, più di due secoli fa, i sanculotti parigini fecero quel che fecero non tanto per amore dell'"Essere Supremo", come voleva credere Robespierre, quanto perché, a differenza dei loro miseri salari, le decime ecclesiastiche e le rendite feudali erano esentate dal fisco regio e impomatato. Ma l'Italia, si sa, non ha mai conosciuto una vera rivoluzione. E' così allora che ci ritroviamo con questo sistema fiscale in cui chi lavora per quattro soldi, magari anche di notte e di domenica, paga un'aliquota media di imposta sul reddito del 30%, a cui si aggiunge la quota di contributi previdenziali a carico, mentre chi si annoia, tra una nuotata e un party, è soggetto soltanto ad un prelievo del 12,5% sugli interessi e sui dividendi del suo patrimonio. L'attuale Governo è, a suo modo, consapevole che in tutto ciò si nasconde una profonda ingiustizia. La riforma fiscale che intende varare è basata infatti sul principio che i ricchi devono essere tassati tutti allo stesso modo, cioè poco, non importa se la loro ricchezza derivi dalla finanza, dall'industria o dal commercio. In nome di questo ricco senso della giustizia, intende allora ridurre le tasse a tutti coloro che guadagnano oltre 100.000 euro l'anno. È così che la legge-delega, approvata un anno e mezzo fa dal Parlamento, prevede la riduzione a due sole aliquote fiscali, la prima, che interesserà il 99,5% dei contribuenti, al 23% e la seconda, per il restante 0,5% dei più fortunati, al 33% contro l'attuale 45%. Il principio dell'uguale tassazione dei ricchi non sarà raggiunto ma, con l'aiuto dei condoni, si sarà di molto avvicinato. Un primo pezzo di questo percorso è stato compiuto già con la Finanziaria dell'anno scorso, che ha aumentato l'aliquota minima dal 19% al 23%. Un secondo pezzo, stando agli annunci, dovrebbe essere compiuto insieme alla Finanziaria di quest'anno, e dovrebbe ridurre l'aliquota massima al 39%. L'anno prossimo il Governo potrà così completare l'opera e presentarsi alle elezioni avendo raggiunto l'obiettivo di rendere egualmente bassa l'imposizione fiscale per i ricchi, imprenditori, professionisti o finanzieri che siano. E per i tantissimi che ricchi non sono? Non devono preoccuparsi, dice il Governo, le tasse che loro pagano, se non diminuiranno, perlomeno non aumenteranno. Dovranno solo abituarsi a pretendere dallo Stato meno sanità, meno scuola, meno pensioni, insomma meno servizi, perché la riduzione delle tasse ai ricchi comporterà un'analoga riduzione della spesa pubblica. Questo è esattamente quello che sta accadendo nel nostro Paese. Ma la cosa che spaventa di più è che qualche esponente dell'opposizione continua a rimproverare il Governo perché non riesce a fare ciò che dice di voler fare. Sono voci isolate, ma non troppo. Bisogna invece dire che occorre fare esattamente l'opposto di ciò che Berlusconi dice di voler fare ed agire perché non riesca a farlo e, qualora l'avesse fatto, abolire domani ciò che è riuscito a fare. Sul fisco, ad esempio, bisogna dire che tutti i redditi, di chi è ricco e di chi è povero, di chi lavora e di chi gioca in Borsa, devono essere tassati allo stesso modo, facendo entrare nell'imposta progressiva i proventi degli investimenti finanziari oppure tassando i grandi patrimoni o, meglio ancora, facendo entrambe le cose. "Ma così volete colpire il povero pensionato che ha investito i suoi risparmi in Bot!", ci siamo spesso sentiti dire. Ebbene, le statistiche ufficiali della Banca d'Italia ci informano che tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati messi insieme posseggono appena il 10% del totale del debito pubblico italiano e che, invece, il 10% delle famiglie più ricche, quelle con un patrimonio netto superiore al milione di euro, detiene ben il 65% di tutta la ricchezza finanziaria non monetaria, cioè fruttifera di rendite, del Paese. Si devono mettere d'accordo. O si decidono a truccare le statistiche ufficiali, e ad uccidere così del tutto la democrazia, oppure non ci possono rispondere come fanno. In conclusione, un vero programma di alternativa nel nostro Paese si può racchiudere in una sola frase. Vogliamo che anche in Italia una rosa sia una rosa sia una rosa.
|