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La vita dei minatori italiani in Lorena. Intervista a Aurélie Fillippetti autrice di "Gli ultimi giorni della classe operaia» |
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La memoria perduta del lavoro |
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Guido Caldiron |
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Liberazione 27 ottobre 2004 Una storia che corre lungo quasi un secolo, dall'inizio dell'emigrazione italiana verso le miniere e le acciaierie francesi della Lorena fino alla chiusura delle ultime mine negli anni Novanta, e che scende fino a ottocento metri sottoterra per raccogliere le tracce di una memoria fatta di lavoro, lotte e solidarietà. Nel suo Gli ultimi giorni della classe operaia, Marco Tropea Editore (pp. 155, euro 12,00), Aurélie Filippetti non salda solo un debito d'amore nei confronti della famiglia di minatori nella quale è nata, ma traccia anche un profilo di ciò che il lavoro ha rappresentato, socialmente e culturalmente, perlomeno nell'ultimo secolo. Mme Filippetti, come è nata in lei l'idea di raccontare la storia della sua famiglia e della comunità dei minatori della Lorena? E' da sempre che avrei voluto raccontare questa storia, anche perché mi ero resa conto che in pochi sembravano conoscere le vicende di quelle famiglie di immigrati italiani e polacchi che erano finiti a fare i minatori e gli operai in Lorena. Dopo la chiusura delle ultime miniere, su quella regione e su quelle storie era calato un silenzio completo. Inoltre sentivo personalmente il bisogno di narrare quella storia, perché si trattava anche della mia storia, della storia della mia famiglia. Per questo il lavoro è stato lungo, mi ci sono voluti più di cinque anni per scrivere il libro: mi sono documentata sulla storia dell'epoca, ma ho anche attinto alle memorie individuali di molti dei miei famigliari, questo senza però dire loro quello che stavo facendo, ma in modo molto discreto. Oggi sembra quasi impossibile crederlo, eppure la maggior parte dei minatori sembrava amare quel lavoro terribile nelle viscere della terra. Come mai? Per chi non ha conosciuto la realtà delle miniere, può sembrare un paradosso. Malgrado l'estrema durezza del lavoro, c'era infatti una certa fierezza e dignità tra i minatori. Anzi, proprio il fatto che si trattasse di un lavoro particolarmente pesante, che non tutti potevano svolgere, faceva sentire ai minatori di appartenere a una sorta di "aristocrazia operaia". I minatori erano poi molto politicizzati e sindacalizzati, per cui questa loro fierezza si aggiungeva alla loro combattività sul terreno politico, dava ulteriore energia alle loro rivendicazioni. Naturalmente loro si battevano anche per migliorare le condizioni terribili nelle quali lavoravano, per rendere più sicure le miniere che erano un luogo molto pericoloso, dove si moriva con grande facilità. Il lavoro in miniera e la militanza nel Partito comunista sembrano occupare l'intero orizzonte dei protagonisti del suo libro. Eppure si tratta anche di una storia intima, quella della sua famiglia: quale spazio restava nella vita dei minatori per la socialità e per gli affetti? Effettivamente, oltre il lavoro e la politica, restava ben poco tempo per altro. La vita affettiva passava spesso in secondo piano. Certo, c'era anche l'amore nelle comunità dei minatori, ma l'affetto assumeva più facilmente l'aspetto della solidarietà tra lavoratori, tra "compagni". C'è anche da dire che c'era forse poco spazio per l'intimità, nel senso che nelle città minerarie si viveva letteralmente gli uni accanto agli altri, in piccole case tutte uguali, appiccicate tra loro. In questo modo tutti sapevano tutto, non c'erano misteri su quello che facevano i vicini. Del resto, lavoravano tutti in miniera, avevano gli stessi orari e vivevano tutti allo stesso modo. Stiamo parlando di un mondo di maschi, ma quale era lo spazio e il ruolo delle donne nella comunità dei minatori della Lorena? Da questo punto di vista si deve intanto rilevare come le cose siano cambiate molto negli ultimi anni, nel senso che oggi ci sono anche tante operaie mentre all'epoca nelle fabbriche come nelle miniere della Lorena non c'erano che uomini. Malgrado questo, il ruolo delle donne era centrale nella comunità. Intanto perché durante il giorno, quando gli uomini erano in fabbrica o in miniera, la città diventava una città di donne. Le donne assicuravano il funzionamento quotidiano della città, mentre i loro uomini si trovavano sotto terra. Senza contare il fatto che, dopo la guerra, quando molti uomini non tornarono dalla deportazione in Germania o dal fronte, le città minerarie si riempirono di vedove che dovevano occuparsi di tutto. Allo stesso modo delle vedove dei tanti che erano morti per gli incidenti di lavoro che erano molto frequenti. Queste donne non hanno soltanto dovuto prendersi cura dei loro figli, ma hanno anche assicurato la trasmissione della memoria delle vicende della comunità da una famiglia all'altra, da una generazione all'altra. Il suo libro racconta una lunga serie di tragedie, dagli incidenti in miniera alla guerra e alla deportazione verso i campi nazisti. Eppure lei non sembra perdere mai la capacità di cogliere gli aspetti perfino buffi di quella storia. Ridere è un modo per conservare la speranza di fronte a un orizzonte altrimenti così cupo? Ho cercato di evitare i toni patetici, perché non credo sia questa la chiave per raccontare nel modo migliore una tragedia. In miniera le persone facevano una vita terribile, ma non si può dire che fossero tristi. Anzi, si può dire che tra i minatori vi fosse proprio il senso della festa, del divertimento. Forse era anche frutto del fatto che sapevano di poter morire il giorno successivo, ma certo quelle persone non rinunciavano quotidianamente a ridere o scherzare. Lo scenario che fa da sfondo alla storia della sua famiglia è quello della Lorena, la regione che dopo la chiusura delle miniere e l'inizio della crisi dell'industria pesante è diventata un serbatoio di voti per il "Front National". La fine della comunità dei minatori ha portato con sé anche l'idea di solidarietà che si era costruita in quel mondo? Sì, senza alcun dubbio. La solidarietà tra lavoratori era il cemento di quel mondo, si era costruita attraverso il lavoro comune e le lotte. Dopo la chiusura delle miniere e delle fabbriche, la crescita progressiva della disoccupazione, tutte le strutture collettive si sono sgretolate, ciascuno si è ritrovato da solo a fare i conti con i propri problemi. In questo clima si è sviluppato il razzismo. Certo, anche verso gli italiani o i polacchi arrivati a lavorare nella regione cinquant'anni prima, c'era stato un atteggiamento razzista, ma poi la condivisione del lavoro aveva modificato le cose. Con il successo del "Front National", le cose sono però cambiate completamente. Il razzismo oggi è presente anche tra coloro che sono cresciuti in quelle stesse famiglie di immigrati italiani o polacchi. E questo è l'aspetto davvero tragico della questione, perché vale per l'intero paese, non solo per la Lorena. Le strutture e i valori della classe operaia sono entrati in crisi sotto i colpi della disoccupazione, dei lavori precari, della scomparsa della grande industria. E questo malgrado vi siano ancora molti operai nel nostro paese. Ricostruire la storia dei minatori e le vicende di un territorio che è stato spesso preso a simbolo del malessere della Francia, le ha offerto qualche indicazione sul tipo di risposte che si potrebbero dare alla crisi attuale? Credo che si debba passare necessariamente per un lavoro sulla memoria operaia e dell'immigrazione in Francia, due aspetti che sono del resto connessi intimamente. Questo perché la Francia non vuole riconoscere il debito che ha contratto nei confronti di coloro che sono venuti a lavorare in questo paese, provenienti dall'Italia ma soprattutto dall'Algeria e da tutto il Maghreb. Finché questo lavoro non sarà fatto, questo debito saldato simbolicamente, resterà davvero difficile pensare che i figli o i nipoti di questi immigrati, che furono umiliati e sfruttati per tanti anni, possano o vogliano partecipare alla costruzione del futuro della Francia. Dalle miniere ai Verdi Aurélie Filippetti è nata nel 1973 in un centro minerario della regione francese della Lorena. Suo padre, partigiano comunista, è morto in un campo di stermino nazista. Trasferitasi a Parigi, si è laureata all’Ecole Normale di Parigi e è oggi professoressa di latino e greco. Esponente dei Verdi, è Consigliere nel V Arrondissement di Parigi, quello del Panthéon e della Sorbona, dopo essere stata portavoce del movimento ecologista nella capitale francese. "Gli ultimi giorni della classe operaia" è il suo primo romanzo.
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