RIAGGREGARE LE LOTTE SOCIALI

Lo sciopero generale dei metalmeccanici è andato bene, per certi versi al di sopra delle aspettative.

E non si trattava di uno sciopero semplice. La distanza tra la posizione dei sindacati e quella di

Federmeccanica, non riguarda qualche decina di euro ma il modello di sviluppo. I lavoratori

chiedono aumenti salariali e i padroni vogliono completa mano libera sugli orari. Non è una

normale vertenza sindacale ma due modelli di società che si scontrano. Con un singolare

parallelismo, nelle scorse settimane abbiamo avuto vari episodi di lotta operaia che escono dal

normale conflitto sindacale. A Taranto, nella più grande fabbrica italiana, con la forza lavoro più

giovane, dopo l’ennesima morte sul lavoro, vi sono state fermate che hanno bloccato la produzione

in barba a tutte le regolamentazioni del conflitto sedimentate negli anni in siderurgia. A Melfi, di

fronte alla volontà della Fiat di tornare ad applicare l’accordo del ’93 che prevede l’utilizzo

dell’impianto su 18 turni, i lavoratori hanno fatto scioperi spontanei che hanno obbligato la Fiat a

riaprire le trattative. Nella settimana scorsa a Marsiglia, la comunità operaia del porto si è stretta

attorno ai marittimi della compagnia di navigazione che lo stato francese vuole privatizzare e ha

dato luogo a forme di lotta "dure", di cui il sequestro di una nave è stato l’elemento

simbolicamente più eclatante. Nei mesi scorsi il personale di bordo dell’Alitalia ha dato vita ad

uno sciopero di due giorni, riuscito nonostante la precettazione, e il SULT ne ha dichiarato un altro

per i prossimi giorni.

Molti altri sono gli episodi di lotta operaia e territoriale che si sono dipanati negli ultimi mesi e che

ci segnalano una situazione tutt’altro che pacificata. Anzi mi pare che la situazione sia

caratterizzata da una esasperazione diffusa, nutrita di bassi livelli salariali, di sfruttamento, morti

sul lavoro, di paura per il futuro. Una esasperazione che talvolta ci mostra la faccia della

rassegnazione impotente ma che appena trova il canale attraverso cui esprimersi viene allo

scoperto in modi dirompenti. Questa disponibilità al conflitto, che ha difficoltà a trovare forme

"fisiologiche" attraverso cui esprimersi, costituisce uno dei principale nodi politici su cui

dobbiamo cimentarci. Il movimento no global, nella sua fase nascente, è stato un formidabile

veicolo per esprimere il disagio sociale nella sua complessità, nella sua politicità non riducibile alle

forme contrattualizzabili. Il movimento ha saputo esprimere contemporaneamente la voglia del

cambiamento e la contaminazione tra i diversi spezzoni sociali che lo componevano. Purtroppo le

forme che il movimento si è dato per vivere nella quotidianità – i social forum – sono state

rapidamente svuotate e la dialettica tra diverse aggregazioni nazionali specifiche ha ripreso

rapidamente il sopravvento. Oggi ci mancano proprio queste forme di aggregazione unitarie che

permettano il dialogo tra i soggetti e la costruzione "generale" del conflitto.

"Le parole per dirlo". Così intitolava anni fa Marie Cardinal un suo bellissimo libro. "Le forme per

farlo". Così potremmo intitolare la discussione dentro il movimento per rispondere ai problemi che

la mobilitazione stessa solleva. Anche perché, la radicalità politica delle lotte operaie, non è affatto

diminuita: dal problema degli orari, ai salari, alla lotta alla precarietà, fino al nodo della proprietà

come nel caso francese.

In questi mesi stiamo operando per esprimere sul terreno della rappresentanza politica, le domande

sociali radicali. Parallelamente dobbiamo essere in grado di pensare gli appuntamenti futuri, con

l’obiettivo di costruire forme non minoritarie di autorganizzazione della soggettività antagonista.

Una radicalizzazione della vertenza contrattuale dei metalmeccanici rappresenta un terreno attorno

a cui ritessere le fila del disagio sociale diffuso. La lotta contro la Bolkestein, può costituire

l’elemento simbolico unificante. Per questo la manifestazione del 15 ottobre deve essere costruita

nel modo più ampio possibile, intrecciando lotte territoriali e lotte di fabbrica, individuando nella

comune avversione a questa Europa neoliberista un possibile terreno di unificazione dei diversi

spezzoni di movimento. Il movimento non è morto ma deve trovare i canali per esprimere la

radicalità del disagio sociale in forme non frammentate. La manifestazione del l5 ottobre può

essere l’occasione per riaggregare tutti i soggetti che hanno costituito il cuore pulsante del

movimento in questi anni. Così come l’obiettivo di costruire una opposizione sociale e di massa

può attraversare anche gli appuntamenti individuati dalle opposizioni contro la finanziaria e i colpi

di mano del governo, a partire dalla iniziativa programmata per domenica prossima.

Paolo Ferrero