QUALE STATO 2/02
UN’ESPERIENZA CONCRETA
Il caso di Grottammare
Intervista a Massimo Rossi, sindaco di Grottammare
(a cura di Sandro Morelli)
Q.S.
Le elaborazioni ed il confronto vasto e significativo che il Forum Sociale di Porto Alegre, in Brasile, ha rilanciato nel mese di gennaio, presentano un tema sul quale sta sviluppandosi un’interessante discussione anche qui da noi: la pratica del cosiddetto “bilancio partecipativo”, affermatasi in quel Municipio e nello Stato regionale del Rio Grande del Sud.
Molti riconoscono, comunque, che l’esperienza amministrativa in corso da otto anni a Grottammare è forse fra le più mature e dense di risultati concreti.
Puoi illustrarci, in primo luogo, come è nata la vostra esperienza, sulla base di quale ispirazione e grazie all’impegno di quali soggetti sociali, culturali e politici?
Quali sono i caratteri fondamentali della forma democratica che avete adottato e quali i punti di contatto e di differenza rispetto alle esperienze di “decentramento” e di partecipazione diffusesi a partire dalla metà degli anni ’70 e, poi, via via deperite?
E come spieghi la tenuta della “controtendenza” che voi siete riusciti comunque ad attuare, in un contesto non certo favorevole come quello che ha caratterizzato la crisi dei fenomeni partecipativi negli anni ’90 e fino ai giorni nostri?
Massimo Rossi
Fammi dire qualcosa sugli antecedenti.
Per oltre 40 anni, fino al 1994, noi abbiamo avuto nella nostra città governi democristiani: nessuna forma effettiva né di decentramento né di partecipazione popolare, nulla che potesse riferirsi né a certe sperimentazioni interessanti che caratterizzarono i Governi locali a partire dalla metà degli anni ’70, né – tanto meno – alle ricerche sperimentate, nell’ultimo decennio, a Porto Alegre ed in altre situazioni, anche europee.
Grottammare è una bella cittadina dell’Adriatico, a vocazione turistica, con un territorio molto interessante, ricco di varietà naturali e paesaggistiche, un mare pulito – con un bel lungomare liberty – colline verdeggianti ed uno splendido
borgo medioevale. Ricchezze da valorizzare, ma molto esposte ad un uso consumistico e speculativo. Ed infatti di questo segno erano le dinamiche che, fino ai primi anni ’90, stavano divenendo dominanti: riduzione progressiva del peso dei servizi sociali e alla persona, uso speculativo del territorio – in programma, ad esempio, un porto turistico spropositatamente progettato per 1025 posti-barca – mega-insediamenti commerciali in funzione di una visione elitaria ed “esclusiva” dei flussi turistici.
Noi eravamo convinti che fosse venuto il momento di un “punto di svolta”, perché lo desideravano proprio i cittadini nostri, gelosi e consapevoli delle loro ricchezze comunitarie. Il coinvolgimento attivo della città avrebbe potuto, secondo noi, salvarla dal degrado comune a tanti centri turistici.
Che cosa abbiamo pensato di fare? Innanzitutto demmo forma ad un Movimento – che si chiamò “Solidarietà e partecipazione” – non nato ”a tavolino”, non proposto “dall’alto”, ma come un naturale consolidamento delle esperienze che, a sinistra, si erano sviluppate, negli anni precedenti, un po’ dentro ed un po’ fuori della sinistra partitica tradizionale: da quella di una Radio libera attenta ai temi ambientali, dei diritti dei cittadini, dei giovani, degli anziani, della casa, alle sperimentazioni sociali legate a tali problemi nella logica di un’opposizione presente nel consiglio comunale che ha avuto come protagonista, in particolare, DP prima e Rifondazione poi, ma non settaria, aperta e forte, soprattutto, del suo radicamento sociale.
Nel frattempo, si era costituita una “Giunta anomala” DC-PDS. Un’alleanza che tuttavia – si era nel 1993, si andava, secondo le linee politiche nazionali, verso la polarizzazione “progressisti”– centro-destra – era destinata a non ripresentarsi al voto. Si aprì dunque il problema di come riaggregare le forze della sinistra: se partire “dal basso”, dall’esperienza di movimento che ho appena descritto - che stava cimentandosi con assemblee aperte e con l’irrompere di nuove soggettività singole e associate, laiche e cattoliche, di competenze professionali spesso prive di una precedente esperienza politico-partitica - e da contenuti e obiettivi nettamente alternativi alle linee fino ad allora seguite, oppure seguire il percorso tradizionale dell’incontro fra le forze politiche della sinistra, fino ad allora divise, tuttavia, sul piano dell’esperienza sia istituzionale che sociale.
Non si trovò un’intesa e così le sinistre si presentarono al voto separate e contrapposte: “Solidarietà e partecipazione” ottenne un risultato inaspettato: il 35% dei consensi, la lista PDS-Socialisti il 25%, ma il centro-destra, con il 40%, vinse le elezioni!
Un centro-destra, tuttavia, sconnesso al suo interno – veniva crescendo a livello nazionale non senza problemi l’organizzazione di Forza Italia – e fortemente pressato da un’opposizione vigorosa e capace di sperimentare convergenze che, quando la Giunta di centro-destra cadde, riuscì a presentarsi sostanzialmente unita al voto del novembre 1994. E unita, in fondo, attorno ai metodi di partecipazione popolare e agli obiettivi innovativi che “Solidarietà e partecipazione” era riuscita a radicare nella città. E così le sinistre vinsero, col 51% dei voti. Il resto fu ripartito fra la lista di Popolari e socialisti e quella di centro-destra.
Poteva così finalmente farsi azione di governo l’esperienza fino a quel punto sperimentata nell’opposizione sociale e istituzionale.
Fu subito conferita la “delega alla partecipazione” ad una Assessora, oggi Vice sindaco (iscritta ai Verdi).
Grottammare ha 14 mila abitanti distribuiti, sostanzialmente, in 4 zone.
Furono subito promosse assemblee pubbliche in queste zone, esaminato il programma elettorale, scelte le priorità cittadine e locali, assunti impegni di attuazione, controllo e rendiconto. Le prime, tempestive e concrete realizzazioni dettero letteralmente il vento in poppa all’Amministrazione. Furono – lo ricordo con emozione – giornate e settimane davvero esaltanti.
La partecipazione cresceva, e bisognava darle ordine ed efficacia.
Fornendo ai cittadini più attivi ed interessati alla partecipazione una bozza di statuto-tipo, proponemmo la costituzione di “Comitati di quartiere”. Ogni comunità adattò lo Statuto-tipo alle proprie esigenze. Nacquero così questi corpi intermedi, né istituzioni decentrate dell’Amministrazione o del Consiglio comunale, né pure e semplici assemblee di base, casualmente costituite o disordinatamente funzionanti. E’ importante sottolineare che nei “Comitati di quartiere” la logica del confronto e della decisione non passa affatto attraverso le mediazioni della rappresentanza partitica: gli iscritti, i non iscritti ai Partiti hanno lo stesso peso e le stesse funzioni. Altra cosa sono – dove esistono – le strutture organizzate dei Partiti, o le altre associazioni, che hanno una vita propria e autonoma che interloquisce con i Comitati ma non si riduce ad essi.
Si sono così aperte, in città, centri di aggregazioni giovanili, si sono operati gli interventi pubblici da tempo attesi, sempre sotto lo stimolo, il controllo e la giusta pretesa di rendiconto da parte dei Comitati, si sono attuati servizi sociali tradizionali e anche innovativi: i trasporti per gli anziani, ad esempio.
I Comitati di quartiere nelle zone periferiche hanno avuto e mantenuto, poi, una grandissima vitalità: si trattava delle zone tradizionalmente più abbandonate, negli anni precedenti. Un esempio: Ischia II è un quartiere di quasi 5000 abitanti, è vicino a San Benedetto del Tronto, lontano dal centro, è separato da un fiume, è un quartiere costruito negli anni sessanta, con mille problemi. Una vera e propria “piaga sociale”, in quegli anni, senza alcun punto di aggregazione, dormitorio di immigrati dal Sud del Paese, stabilitisi attorno alle attività molteplici e minute che fermentano nelle vicinanze del porto di San Benedetto.
Oggi la stampa locale – e non solo – ne parla come di un “quartiere modello”. A distanza di 7 anni, ci sono servizi che neanche gli altri quartieri hanno!
Voglio sottolinearlo: i protagonisti di questi processi sono state persone che, in genere, non avevano tessere di partito, non avevano mai “fatto politica”.
Impiegati di banca, operai, marittimi in pensione, casalinghe, capirono che l’Amministrazione era permeabile, era “aperta” a loro. Capirono che potevano - con le loro iniziative e con il loro pensiero - incidere, modellare la città. Rendere concreto un altro modo di “costruire” la loro città.
Nel corso della prima sindacatura, le assemblee programmate dei Comitati di quartiere furono molto frequenti. Ora hanno preso un passo più regolare. Di norma se ne svolgono almeno due all’anno: la prima, nell’autunno avanzato, fa il rendiconto delle realizzazioni compiute ed esprime una valutazione critica predisponendo le priorità sulle realizzazioni ancora da attuare, esamina quindi le proposte preventive di bilancio proposte dall’Amministrazione, le discute, propone le eventuali modifiche. Vengono considerate le risorse disponibili, fissate le priorità, discussi gli eventuali aggiustamenti necessari nel reperimento delle risorse, anche dal punto di vista dell’imposizione locale.
Non si vota, in queste assemblee. In questo – a proposito della vostra domanda – c’è una differenza rispetto alle procedure adottate a Porto Allegre, e si potrebbe dire che queste occasioni assomigliano di più alle esperienze migliori fra quelle già praticate negli anni settanta. Dico alle esperienze migliori, non a caso. Infatti, anche se tali assemblee non hanno poteri istituzionalmente definiti, è pur vero che quanto emerge – proposte, critiche, ecc. – viene regolarmente riportato negli atti programmatici amministrativi che il Consiglio comunale vota e approva.
Inoltre, altre assemblee possono essere convocate dal Comitato di quartiere – in rapporto con l’Amministrazione – su problemi specifici che di volta in volta i cittadini ritengano di dover affrontare. In primavera, si svolge poi una seconda tornata di assemblee per verificare lo stato di attuazione delle decisioni assunte dal Consiglio, apportare eventuali aggiustamenti, sollecitare priorità, ecc.
Q.S.
L’esperienza del “bilancio partecipativo” è soprattutto discussa e sperimentata attorno ai problemi di governo del territorio. Anche voi l’avete attuata, in questo campo.
Ci si chiede, tuttavia, se non sia generalizzabile un po’ in tutti i campi dell’azione amministrativa.
In quali altri settori dell’amministrazione è stata utilizzata a Grottammare?
E con quali risultati concreti, con quali ripercussioni sul sistema sociale?
Più precisamente: se tale esperienza ha favorito l’attivazione del protagonismo sociale dei cittadini, come è stata accolta dalle organizzazioni sindacali ed associative “tradizionali” operanti sul territorio?
Ha consolidato le alleanze sociali attorno all’azione di governo della città? Come e quali?
E quali resistenze ed ostacoli avete invece incontrato?
E come avete superato – se sono state superate – tali difficoltà?
L’esperienza legata alla definizione e alla gestione del Piano regolatore è stata, forse, la più bella. Era stato in precedenza adottato un Piano regolatore che avrebbe determinato un consumo scriteriato e speculativo del territorio.
Quindi, prima “bloccammo” quel Piano, suscitando un grande scontro con la minoranza e, anche – devo dire – tensioni all’interno della maggioranza. Ma ci impegnammo, nello stesso tempo, a procedere rapidamente alla stesura del nuovo Piano. Noi volevamo ridurre le previsioni di crescita edilizia, ma giungemmo al risultato con rigore scientifico e adottando il metodo della partecipazione democratica senza demagogia e con una speciale attenzione. Fu predisposto un quadro analitico molto dettagliato, furono approfonditi tutti gli aspetti determinanti: storici, demografici, economici, idrogeologici, botanici. Si dimostrò, attraverso un’ampia discussione popolare, che non era affatto indispensabile progettare la crescita edilizia che era stata prevista. Il progetto preliminare che ne scaturì salvò dall’edificazione, già dall’inizio, alcune zone vivaistiche soprattutto costiere, dove si coltiva la flora arbustiva mediterranea, l’oleandro, l’alloro, il pitosforo.
Cominciò, poi, un grande lavoro di consultazione e di aggiustamenti progressivi delle previsioni, sulla base della partecipazione popolare e delle categorie interessate.
Volevamo che tutto fosse trasparente: il linguaggio e il processo decisionale.
Gli “Schemi direttori” erano raffigurati da progetti in scala, con una chiara determinazione degli eventuali insediamenti abitativi e commerciali, delle strade, dei parcheggi, dei servizi, del verde. Volevamo che tutti capissero e che si capisse, soprattutto, che l’Amministrazione non aveva interessi particolari da proteggere!
Tutto questo girò per i quartieri. Si svolsero ben undici assemblee, in questa prima fase, e poi gli incontri con le associazioni delle categorie commerciali, turistiche, dei pescatori. Tutto si svolse alla luce del sole. Per accentuare questo carattere di trasparenza, decidemmo di affittare un locale – un “Ufficio del Piano” – nel quale, due volte alla settimana, nel pomeriggio, facemmo affiggere tutti gli elaborati che via via si producevano, ed era possibile per i cittadini, per le Associazioni, per le forze politiche stesse, consultare tali materiali ed esprimere formalmente le loro osservazioni.
Si giunse così alla definizione del progetto finale, che fu portato ancora in consultazione nei quartieri e poi adottato e successivamente approvato, dopo le osservazioni in Consiglio comunale.
Il risultato: la riduzione di un milione di metri cubi di edificazione, rispetto al Piano precedente, la restituzione a destinazione agricola di quasi 4 chilometri quadrati di territorio comunale. Bisogna considerare che il territorio di Grottammare è vasto 18 chilometri quadrati. Quindi, 4 chilometri quadrati – che corrispondono quasi al 25% del territorio - sono tornati a destinazione agricola o agricola speciale. Si tratta, per lo più, delle zone vivaistiche costiere di cui prima ho detto.
Ma, come voi ci chiedete, abbiamo in realtà operato, col metodo della partecipazione, un po’ in tutti i campi dell’Amministrazione. Ho già detto delle prime esperienze con le quali partimmo di slancio, ma si può aggiungere che se prima c’era a Grottammare un solo Centro per anziani, ora ce ne sono tre per oltre mille anziani; ci sono due Centri di aggregazione giovanile, con ludoteche e vari servizi informativi; ci sono vari “sportelli” di servizio per i disabili, per l’ “ascolto” rivolto ai problemi femminili e della famiglia ed alla lotta contro ogni forma di maltrattamento. C’è un Centro di servizi per gli immigrati gestito in convenzione le Associazioni degli immigrati stessi. Abbiamo, in cooperazione con la Provincia, un centro polivalente autogestito dagli immigrati.
Bisognerebbe sapere cosa c’era (anzi, non c’era) a Grottammare, prima della nostra esperienza. Ora abbiamo la biblioteca, abbiamo una farmacia comunale in una zona che ne era sprovvista, e un ufficio postale – dopo 18 anni di lotte dei cittadini – in un quartiere di ben 5000 abitanti! Abbiamo due centri per disabili, uno dei quali per disabili gravissimi.
Mi avete chiesto del rapporto che siamo riusciti a stabilire fra questa esperienza di partecipazione “aperta” e le associazioni preesistenti, già strutturate. Qualcosa ho già detto, quanto alle associazioni turistiche e commerciali – e vi tornerò tra poco per un aspetto delle vostre domande - ma ora vi dico volentieri a proposito delle organizzazioni sindacali. Mi fa piacere dirlo qui, a “Quale Stato”, e non per formale garbo.
Si è mantenuta una distinzione fra la consultazione che tradizionalmente i sindacati operano attorno ad una loro piattaforma (servizi sociali, protezione delle fasce deboli, modulazione delle entrate tributarie, struttura del bilancio, etc) e la nostra pratica partecipativa. Ma abbiamo via via affinato e sistematizzato i momenti di confronto. Nell’ultima occasione di questo genere abbiamo avuto davvero, tutti, una grande soddisfazione, sia quanto agli impegni richiesti in precedenza e tutti attuati, sia quanto all’intesa sulle cose da fare.
Ma, come voi stessi mi sollecitate a dire, non sono state tutte rose e fiori, naturalmente. Ad esempio, tensioni forti abbiamo avuto attorno al progetto di pedonalizzare un’intera corsia – circa 3 chilometri – del nostro bel lungomare. Una richiesta forte dei cittadini, maturata in tante delle nostre assemblee e anche sulla base delle risposte ad un questionario inviato a casa, a tutti. La reazione delle categorie commerciali e turistiche fu, all’inizio, molto dura, anche se vi furono sin da allora diversi operatori che si dimostrarono favorevoli.
Noi, come ho detto, avevamo fatto una scelta meditata a lungo, e confortata da un grande consenso popolare. Ma il lungomare di Grottammare è il centro delle attività commerciali ed economiche e, così, nelle assemblee che svolgemmo proprio lì, vedemmo finalmente arrivare, per la prima volta, anche i consiglieri dell’opposizione, ed in particolare quelli di Alleanza nazionale, nell’intento di “cavalcare la tigre”. E pensare che si trattava di parcheggiare (finalmente) le auto non davanti ai negozi o agli alberghi, ma a duecento metri dal mare, in nuovi spazi di sosta da realizzare a ridosso della ferrovia, in aree fino ad allora del tutto inutilizzate!
Ma ce l’abbiamo fatta anche stavolta: il progetto è ormai in fase di realizzazione, per la prossima estate sarà compiuto. E’ stato bello, domenica scorsa, passeggiare lì e sentirmi chiedere da due degli operatori che erano stati tra i più ostili la possibilità di trasformare la loro licenza da stagionale in annuale. Si comincia a capire che i nuovi spazi a disposizione della città vivranno non solo d’estate, ma tutto l’anno! Molto bello, anche, ascoltare recentemente apprezzamenti per il coraggio della scelta, da parte di associazioni come la Confesercenti. E, vorrei anche dire che se penso alla spinta che avevamo ricevuto dalle fasce più deboli e popolari della città - dagli anziani, dalle famiglie attente agli spazi per i loro bambini - e misuro, oggi, questa consonanza anche con i settori commerciali e turistici più “ricchi”, allora mi viene in mente che ragionare e lavorare per un diverso rapporto fra le persone e la città, per un equilibrio più armonico fra città e natura, per una cultura del vivere urbano, insomma, più “a misura d’uomo”, significa anche costruire un nuovo modo di essere civile e solidale e, quindi, significa produrre coesione sociale. Una risorsa preziosa e sempre più rara.
Mi avete chiesto delle difficoltà, e a me dispiace dover rispondere che, malgrado tutte queste cose positive vissute dalla città e con la città, il massimo della difficoltà l’abbiamo avuta, ancora una volta, sul terreno del rapporto tra i partiti, all’approssimarsi delle elezioni comunali del 1998.
Negli anni precedenti - per me così straordinari, per i motivi che ho cercato di dire – si era sedimentato tuttavia un certo malcontento in alcuni settori di certi Partiti della maggioranza, e veniva avanti la richiesta di ricondurre entro i canoni delle organizzazioni partitiche e del funzionamento istituzionale la ricchezza delle discussioni che si svolgevano nelle assemblee, negli “incontri del mercoledì” di “Solidarietà e partecipazione”, che non erano né informali riunioni di Giunta né formali riunioni di maggioranza, ma occasioni nelle quali anche i cittadini più attivi e partecipi potevano ovviamente intervenire per dire la loro.
Ho già detto che il potere di decisione è sempre rimasto, formalmente, nelle istituzioni. Ma questo non bastò, evidentemente, a rassicurare chi continuò a rimpiangere una sostanziale gerarchizzazione dei primati e dei ruoli fissati tradizionalmente nei Partiti e nelle loro funzioni istituzionali. Voglio essere sincero: questo problema si è manifestato soprattutto in certi Partiti più legati alle tradizioni di governo della sinistra (in particolare i DS), ma li ha, in realtà, coinvolti un po’ tutti.
Nel ‘98 si arrivò, così, ad una nuova rottura.
Si presentò alle elezioni comunali la lista dell’ “Ulivo”, contrapposta sia al “Polo delle libertà” che a “Solidarietà e partecipazione”. Il risultato fu che “Solidarietà e partecipazione” ebbe il 61% dei consensi - il 10% in più rispetto alle elezioni precedenti - l’ “Ulivo” il 24,5%, il Polo il 14,5%.
Un risultato che penso abbia, espresso chiaramente la volontà dei cittadini di proseguire in un’esperienza che sentirono “a rischio”; la volontà di aderire oltre che ad un programma, soprattutto ad un metodo di governo che aveva conferito loro un “potere” reale, che non intendevano perdere.
Ora siamo alla vigilia di una nuova prova elettorale, e nel frattempo la nostra esperienza è andata avanti, pur se fra nuove difficoltà perché, come è noto, le risorse disponibili sono diminuite, anche in rapporto all’evoluzione politica nazionale e alla vittoria del centro-destra, lo scorso anno.
Q.S.
Sarebbe interessante approfondire la conoscenza e la riflessione sulle cose che hai appena detto. Vedremo come tornarvi e lasciamo, intanto, le diverse valutazioni possibili ai nostri lettori.
Veniamo ad un altro punto di merito.
L’attuazione dell’esperienza del “bilancio partecipativo” ha indotto modificazioni ed adeguamenti negli strumenti di progettazione ed operativi dell’Amministrazione e nel loro rapporto diretto con i cittadini? E, comunque,
quale rapporto avete stabilito con le lavoratrici ed i lavoratori dell’Amministrazione e con le loro organizzazioni sindacali?
Si può affermare che tale esperienza ha valorizzato le funzioni ed il lavoro pubblico e, anche per questo, aiutato un diverso e più positivo rapporto fra i cittadini e la vostra Amministrazione?
Sì. Mi sento di dire che nella nostra struttura amministrativa c’è certamente una consapevolezza di questo nuovo e più intenso rapporto con i cittadini, una maggiore attenzione e anche uno scrupolo maggiore, che deriva da tale consapevolezza, a proposito della necessità di dare efficacia al proprio lavoro.
Posso dirlo anche utilizzando il mio punto di vista e l’esperienza maturata come Presidente, nell’ANCI, della Commissione regionale per le relazioni sindacali col personale. Ho seguito questi problemi, ho avuto continui confronti con i sindacalisti della Funzione pubblica sia a livello provinciale che regionale, nell’ambito della contrattazione decentrata ed integrativa.
Grottammare, pur non essendo una grande città, è sempre stata considerata un “laboratorio” anche sotto questo profilo. Abbiamo sperimentato una serie di istituti, di strumenti che il contratto metteva a disposizione, sempre con una vera fiducia reciproca. Per esempio, per quanto riguarda i fondi per la produttività, c’è stata sempre, qui da noi, una maggiore apertura, da parte dei sindacati, quanto alla finalizzazione su progetti-obiettivo, evitando le cosiddette “erogazioni a pioggia”. Ed è vero quanto suggerite con la vostra domanda: c’è stato e c’è un rapporto stretto fra la positività delle relazioni sindacali che abbiamo stabilito e le scelte – sia nel metodo partecipativo che nel merito – che l’Amministrazione comunale ha determinato.
In altri termini, la valorizzazione del lavoro pubblico, nella nostra Amministrazione, è stata resa possibile – io credo – dalle scelte partecipative e di merito che l’Amministrazione ha compiuto e, reciprocamente, gli effetti di questa valorizzazione hanno influito fortemente sull’efficacia delle realizzazioni amministrative.
Vediamo nel concreto.
Noi abbiamo sempre voluto evitare scelte di privatizzazione “scriteriata” - solo per “far cassa”, ad esempio - dei nostri servizi. Anzi, abbiamo operato con successo per valorizzarne la gestione pubblica, in tutti i casi nei quali ci sembrava ragionevolmente possibile. La nostra farmacia comunale funziona bene. Non ci è mai venuto in mente di privatizzarla. La gestione dei servizi pubblici è qualificata, è diretta. Ad esempio, il depuratore comunale è gestito in economia - mentre prima era gestito in appalto - e ora dà risultati notevoli: Grottammare ha la bandiera blu europea per il mare pulito anche perché il depuratore funziona veramente bene. La qualità dei suoi reflui è tale da purificare, diluendole, persino le acque del fiume nel quale confluiscono ed è gestito da operai del Comune: ex “lavoratori socialmente utili” poi stabilizzati ed elettricisti, i quali gestiscono con grande orgoglio professionale e con grande economicità oltre a questo servizio anche la pubblica illuminazione. C’è, quindi, un’ economia “di scala”, integrata tra i vari servizi.
Insomma, non abbiamo privatizzato sostanzialmente nulla. Per la gestione dei rifiuti solidi urbani – che molti Comuni limitrofi si apprestavano a cedere in appalto - abbiamo costituito una società a maggioranza pubblica insieme con altri 13 Comuni, mantenendo dunque il controllo pubblico di questo servizio davvero strategico e, come si sa, molto appetito da imprese non sempre indiscutibili.
Lo ribadisco con orgoglio: tutto questo avviene con grande soddisfazione e con una importante valorizzazione professionale degli addetti, i quali sanno, peraltro, che una gestione flessibile di questi servizi, efficiente ed efficace, potrà salvaguardarne la natura ed il funzionamento.
Le norme impositive dell’articolo 35 della Legge finanziaria ed altri indirizzi normativi vincolanti prodotti dal precedente Governo di centro sinistra (gas, trasporti, energia) puntano sciaguratamente alla messa sul mercato dei servizi pubblici locali ad alla loro privatizzazione obbligatoria… Ma noi resisteremo fino in fondo, perché possiamo dimostrare, ad esempio, che la farmacia comunale produce quasi 400 milioni di utile – detratti i costi del personale e degli ammortamenti degli investimenti - così come possiamo documentare che con il depuratore comunale – gestito in economia - guadagniamo circa 250 milioni di lire l’anno. E si tratta di un ottimo depuratore, della capacità equivalente alle necessità di depurazione di una città di 40 mila abitanti!
Anche la gestione del verde pubblico è “interna” all’Amministrazione.
Malgrado l’”esternalizzazione” di personale legata – come ho detto – alla gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi (comunque, dicevo, rimasto sotto il controllo pubblico), l’organico comunale è ora di circa 95 addetti, contro i 75 che trovai nel ’94, gestione dei rifiuti compresa.
Ci tengo a sottolineare, peraltro, che si tratta, complessivamente, di gestioni tutt’altro che rigide ed inefficaci. Noi garantiamo la reperibilità degli addetti operai, dei Vigili Urbani 24 ore su 24. Questo non avviene affatto nelle molte situazioni di altri Comuni, nelle quali i servizi sono stati “esternalizzati”. Penso proprio, come voi stessi avete suggerito, che questa disponibilità delle lavoratrici e dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali sia molto dovuta al grado di consapevolezza e di valorizzazione professionale che deriva loro dal tipo di rapporto con i cittadini, del quale anche loro sono, peraltro, direttamente partecipi anche in quanto cittadini. Non voglio fare retorica, né esagerare: mi rendo ben conto che tutto questo è possibile qui, anche perché siamo una comunità urbana piuttosto piccola (14.000 abitanti). Ma la dimensione urbana, in sé, non è un impedimento insormontabile, in una visione nella quale i processi partecipativi siano posti in sinergia con processi seri di decentramento amministrativo come si sta tentando di fare anche nelle grandi aree metropolitane, attraverso le Municipalità. Porto Alegre – che ha circa un milione e mezzo di abitanti – insegna, ma mi pare che anche gli studi e gli esperimenti in corso in tante altre città anche grandi – ed anche a Roma, per quel che so – stiano andando nella giusta direzione, e con buone possibilità di successo.
Q.S.
A proposito. Hai avuto occasioni di confronto fra la tua esperienza ed altre – simili – in Italia e in Europa?
Certo, dinanzi alla crisi progettuale e di radicamento sociale - specie urbano - che, a sinistra, è stata resa evidente non solo in Italia ma, recentissimamente, anche in Francia e, verosimilmente, in Germania, la generalizzazione di esperienze amministrative come questa di cui discutiamo potrebbe forse costituire un contributo importante per prevenire e ri-orientare le pulsioni populiste e autoritarie, neo-corporative e xenofobe che stanno emergendo anche in settori popolari della cittadinanza.
Chissà se e a quali condizioni una “generalizzazione” potrebbe rendersi possibile.
Concludiamo questa interessante conversazione – per la quale ti ringraziamo molto - con qualche tua considerazione finale anche a tale proposito?
Ho partecipato al Forum sociale di Porto Alegre, nel gennaio scorso, in rappresentanza del mio Comune. Lì ho trovato tanti amministratori, non solo al “Forum delle Autorità locali”, ma anche nelle varie occasioni di confronto del Forum sociale mondiale stesso. C’erano tanti Sindaci, anche di città importanti un po’ di tutto il mondo e pure italiane, e di varie componenti politiche, della sinistra e non solo.
Lì ho potuto vedere che stanno formandosi, per vie originali e diverse, tante esperienze. Tutte molto interessanti.[1]
Noi avviammo la nostra esperienza in modo – direi – “istintivo e naturale”, senza tanta consapevolezza - studiata a tavolino - a proposito dei caratteri che avrebbe dovuto o potuto assumere. Né avevamo, allora, termini di confronto sperimentati, da studiare e dai quali mutuare idee ed esperienze. Ora è molto diverso. Questo tema del “bilancio partecipativo” sta divenendo – come si dice – un grande tema “glocale”, un banco di prova della sperimentazione locale di grandi idee di valore globale.
Mi colpisce molto e mi rende orgoglioso il fatto che tanti dei soggetti che sono stati coinvolti nella nostra sperimentazione, dimostrino ora non solo una consapevolezza alta del suo valore, ma anche una volontà ed una capacità di confrontarsi con altre esperienze analoghe e di aprirsi anche al rapporto con i tanti (altri amministratori, studiosi, giornalisti) che hanno voglia di discutere direttamente con i protagonisti “diffusi” della nostra esperienza.
Ogni volta che mi capita di poter indicare a chi mi chiede interviste la possibilità di parlare con i miei concittadini che con me stanno condividendo la nostra esperienza partecipativa, ne sono felice e, francamente, sento che a poco a poco si sta costruendo, così, una “classe dirigente” nuova, nella nostra città.
Nuova perché è nuova la cultura civile e amministrativa che va diffondendosi fra tra i cittadini. Ed io considero questa costruzione “umana” parte integrante del processo di rinnovamento e di sviluppo della mia città.