L’esperienza di Grottammare

Quattro progetti di cooperazione allo sviluppo verso il Sud del mondo, un centro polivalente per immigrati, una consulta per la fratellanza tra i popoli, vari centri di aggregazione giovanile e per anziani, una discreta rete di associazioni, una efficiente gestione diretta di servizi pubblici strategici o meno (quali ad esempio la depurazione delle acque o la farmacia comunale), una grande attenzione per il recupero del patrimonio storico e per la prevenzione di ogni forma di inquinamento…

Il tutto si inquadra in un progetto alternativo rispetto alle regole dell’attuale sviluppo. Un progetto che non intende subordinare alla rincorsa del massimo profitto e della più esasperata “competitività”, il diritto di tutti i cittadini di decidere sull’uso delle risorse collettive al fine perseguire, ora e nel futuro, l’universalità dei diritti sociali.

Questi i tratti salienti dell’originale esperienza amministrativa di “Solidarietà e Partecipazione”, una aggregazione politica aperta e partecipativa, nata a Grottammare, nelle Marche, agli inizi degli anni ’90 senza alcun riferimento ad altre analoghe esperienze in atto in Italia o nel mondo, in cui si fondono in modo naturale, senza gerarchie, (…semplicemente sui valori e sul “ progetto”), militanti di Rifondazione, verdi, socialisti “eretici”, indipendenti cattolici e ambientalisti.

Dopo anni di vertenze e iniziative di lotta contro la negazione dei diritti sociali di giovani, anziani, lavoratori, immigrati, e la distruzione del pregevole patrimonio ambientale e storico della cittadina (circa 14000 abitanti, situata sulla costa adriatica, amministrata sin dal dopoguerra dalla DC), che avevano trovato originariamente nella locale sede di Democrazia Proletaria un naturale punto di riferimento (…una sorta di casa dei diritti sociali), era venuto il momento di proporre alla città un progetto di sviluppo basato su contenuti alternativi e praticato con un metodo di governo che vedesse il coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte amministrative.

Si voleva proporre alla città non una semplice “squadra”, alternativa alle altre, finalizzata a contendere loro il potere locale sul terreno elettorale, ma una proposta radicalmente alternativa e in controtendenza; in sostanza: altre regole del gioco.

Si era convinti che i cittadini, avessero avvertito sulla loro pelle, più o meno consapevolmente, che la città (il cui territorio veniva ogni giorno consumato e degradato ed i cui spazi e sevizi pubblici venivano gradualmente ridotti e abbandonati), venisse inesorabilmente e lentamente inghiottita da forze che poco avevano a che fare con la propria rappresentanza democratica; forze capaci di insinuarsi all’interno del potere locale sino ad egemonizzarlo e sovrastarlo.

In sostanza, i primi segnali di un nascente processo di globalizzazione dell’economia, caratterizzato dalla volontà di consumare rapidamente le risorse disponibili (territorio, mare …) in funzione della massimizzazione del  profitto, si ripercuotevano pesantemente sulla nostra realtà locale, analogamente a molte altre, manifestando l’insostenibilità sociale, economica, ambientale del modello di sviluppo dominante.

Ciò determinava scelte amministrative a vantaggio di pochi, tese ad organizzare la città sempre più in funzione degli affari e destinate a peggiorare pesantemente, giorno per giorno, le condizioni di vita della gran parte della popolazione. Nuovi centri commerciali sempre più grandi, strade sempre più predisposte per la “corsa” (…ma allo stesso tempo intasate), territori sempre più cementificati, privi di servizi, spazi pubblici, relazioni, identità.

Tutto ciò si andava determinando parallelamente alla crisi della democrazia; al crescere dell’intreccio tra politica e affari, alla perdita da parte dei cittadini della possibilità di conoscere, comprendere ed incidere sulle scelte operate.

In questo contesto, per superare la crisi della politica, già in atto, occorreva assolutamente restituire ad essa la funzione di strumento in mano ai cittadini per trasformare e migliorare la propria condizione.

Dopo un primo tentativo non riuscito (nel 1993), nonostante un clamoroso successo sul piano elettorale, questa compagine amministrativa “anomala” si insediava alla guida della città, dopo la vittoria elettorale, seguita alla crisi del centro destra, nel Novembre del 1994. 

La formula praticata a Grottammare, a partire da quel momento, è stata proprio quella di costruire una città più giusta, solidale e vivibile facendo leva sulla partecipazione, dimostrando che tutto ciò è possibile.

Da allora non vi è decisione importante, non vi è bilancio o scelta urbanistica rilevante che non sia sottoposta ad un originale percorso democratico che si impernia essenzialmente su di una serie di assemblee di quartiere. Assemblee sistematicamente organizzate, d’intesa con l’Amministrazione Comunale, da comitati spontanei di cittadini, sorti particolarmente nelle zone periferiche della città, ai quali il Comune attraverso un apposito Assessorato alla partecipazione, ha solo fornito uno statuto tipo, adattato ogni volta sulla base delle specifiche esigenze (*).

Questo è “il segreto” del forte consenso che ha consentito di compiere scelte coraggiose in ogni campo della vita amministrativa (dal taglio dei volumi del PRG, al forte incremento della spesa sociale, alla netta divaricazione tra le aliquote minime e massime del prelievo tributario, …).

Questa la ragione per cui nel novembre ’98, in piena rottura tra Rifondazione e il Governo Prodi, la lista di “Solidarietà e Partecipazione”, guidata dal sindaco uscente del PRC, vinse con un clamoroso 62%, lasciando il magro resto dei voti alle due liste rivali del Polo e dell’Ulivo.

Furono in molti dall’esterno a non capire come fosse possibile che una città liberatasi da un lunghissimo dominio della DC e della destra solo quattro anni prima, con la vittoria di misura di una coalizione di sinistra, potesse eleggere tredici consiglieri comunali (su venti) comunisti, ambientalisti e indipendenti, spazzando via forti compagini di potenti e rappresentativi uomini politici di governo del passato, di ogni altra estrazione politica.

In realtà è successo che i cittadini di Grottammare, in quei quattro anni di governo locale vivace ed appassionato, avevano semplicemente provato il gusto della democrazia e della partecipazione.

Si erano accorti di aver conquistato potere reale e pertanto l’avevano difeso con il voto, impedendo un ritorno al passato.

Dopo decenni in cui si era fatto credere loro che il voto fosse una delega in bianco e che il governo della città, i bilanci annuali, i piani regolatori, l’organizzazione dei servizi, fossero, ineluttabilmente, un “affare” per pochi (depositari delle “indispensabili competenze”), erano stati chiamati a pronunciarsi, a decidere sulle principali scelte di governo.

La stragrande maggioranza dei protagonisti di questi processi non sono stati cittadini e lavoratori già dotati di una coscienza politica ma persone senza alcuna esperienza del genere alle spalle, ovviamente libere da pregiudizi nei confronti dell’amministrazione comunale, che si sono impegnate ad organizzare una sempre più larga partecipazione alle decisioni, via via che hanno avuto la possibilità di sperimentare (non senza stupore!) la piena attuazione delle decisioni piccole e grandi adottate collettivamente. 

Persone che hanno trovato spazio e ruolo centrale anche nell’entusiasmante esperienza di formazione del nuovo Piano regolatore generale.

Inquadrando le scelte amministrative in un vivace e coinvolgente processo democratico è stato possibile, infatti, elaborare un progetto di sviluppo locale basato sulle principali risorse del territorio in grado di arricchire tutta la città e non solo i circoscritti settori beneficiati dal precedente piano “regalatore”, che prevedeva uno sviluppo scriteriato dell’edificazione a fini esclusivamente speculativi.

Innanzitutto, con una vera e propria campagna informativa, si è cercato di far capire ai cittadini che il piano regolatore non è un’insieme di astruse elaborazioni per addetti ai lavori o, ancora peggio, un atto esclusivamente finalizzato a definire l’edificabilità o meno di terreni di proprietà privata.  Una volta percepito, al contrario, che si trattava di riprogettare la città per decidere insieme cose estremamente importanti (la consistenza e la dislocazione degli spazi pubblici, delle attrezzature sportive, dell’edilizia residenziale pubblica e degli altri servizi di interesse collettivo, l’organizzazione della mobilità urbana), usando linguaggi ed elaborazioni comprensibili a tutti, non è stato difficile ottenere l’attenzione e la partecipazione dei cittadini negli incontri con i comitati di quartiere, nelle assemblee pubbliche, nella fruizione di uno speciale “ufficio di piano”, appositamente aperto durante l’elaborazione del progetto. In ogni caso, sulle pareti dei locali che ospitavano gli incontri erano affisse le elaborazioni che, via via, si venivano producendo, rappresentate in modo chiaro e leggibile.

Queste premesse hanno consentito di impostare una progettazione limpida e rigorosa, basata in primo luogo su un quadro di conoscenze indispensabili, costruito attraverso un’interessante  ed approfondita analisi del territorio sotto i profili, ambientale, geologico, botanico vegetazionale, socio economico, storico, demografico, ….

Da  questo quadro si è potuto dimostrare, tra l’altro, che il piano precedente era di gran lunga sovraddimensionato e, nonostante la forte opposizione da parte della speculazione fondiaria; si sono potuti individuare ambiti da salvaguardare in quanto interessati ad emergenze ambientali; si è dimostrato che vi è un notevole patrimonio edilizio da recuperare senza ricorrere all’ulteriore occupazione del territorio dedicato ad altri usi; si sono potute evidenziare e valorizzare attraverso scelte specifiche le vocazioni economiche e produttive del territorio.

Progettando ad esempio, un turismo diverso dal modello imposto dalla famigerata industria delle vacanze in molte altre località costiere del nostro Paese (distruttivo dell’ambiente, fatto di cementificazione della costa e di  grandi ed alienanti “divertimentifici”), per optare invece su un turismo basato su natura, cultura, qualità della vita.

Consolidando le attività vivaistiche costiere di flora arbustiva mediterranea insediatesi a Grottammare da quasi un secolo, ma minacciate dalla pressione urbanistica.

Bloccando la crescita e la supremazia della grande distribuzione commerciale attraverso regole tali da impedire che i  ritmi incalzanti della sua offerta potessero spazzare via definitivamente la rete del piccolo commercio.

Ampliando gli spazi pubblici per infittire le relazioni sociali ed umane.

Salvaguardando e rafforzando le gestioni pubbliche dei servizi per tutelare, tra l’altro, le fasce più a rischio di esclusione sociale.

In sostanza, puntando solo sulla trasparenza, la partecipazione e la forza dei dati scientifici si sono create le premesse per le scelte coraggiose e “sostenibili” dal punto di vista ambientale, come il “taglio” rispetto al Piano precedente, di circa un milione di metri cubi in  termini di potenzialità edificatorie e la sottrazione da processi di trasformazione già previsti oltre 3 km quadrati di territorio attualmente destinati ad uso agricolo.

Altro elemento che ha a caratterizzato e rafforzato il progetto, è quello dell’equità.

In sostanza pur assumendo come riferimento i bisogni della collettività per una città più vivibile e non le esigenze della proprietà immobiliare, tuttavia nei confronti di quest’ultima si è cercato di evitare al massimo differenti opportunità economiche in conseguenza alle scelte del piano. Infatti, pur essendo impossibile estendere un quadro di equità, a tutta la proprietà immobiliare (mancando una legislazione sul regime dei suoli che, nella netta separazione della proprietà dal diritto di edificazione, realizzi una sostanziale indifferenza economica delle previsioni urbanistiche), si è riusciti ad attribuire, almeno alle proprietà coinvolte nelle scelte del piano, indici e regole identiche in situazioni analoghe, eliminando le situazioni di disparità normalmente presenti nei Piani regolatori.

Infine, per fare in modo che le previsioni di spazi verdi, di servizi ed altre attrezzature collettive (le cui dotazioni sono state notevolmente potenziate) non rimanessero solo una carta per la mancanza delle risorse pubbliche necessarie ad acquisirle ed  approntarle, attraverso una specifica normativa (“progetti norma” su comparti omogenei), si è legata in maniera indissolubile l’edificabilità dei suoli alla cessione e spesso all’effettiva fruibilità di tali spazi e servizi.

In pratica: rovesciando la vecchia logica in base alla quale le dotazioni di servizi pubblici si reperivano (sulla carta) solo dopo aver stabilito arbitrariamente (spesso a casa degli amministratori) l’edificabilità dei suoli, si sono prima individuate le carenze in termini di servizi, di spazi pubblici, viabilità, per poi determinare in relazione alla soluzione di queste, la possibile edificabilità degli spazi adiacenti

Partecipazione, comprensibilità, sostenibilità ambientale, equità, attuabilità,… con queste “parole d’ordine” si è quindi portato avanti, in poco più di due anni (…molto meno di quanto tradizionalmente impiegano le segreterie dei partiti e i potentati economici locali per raggiungere complessi equilibri di interessi!), un processo politico-amministrativo che ha visto molti cittadini riappropriarsi delle scelte di governo del territorio.

Un processo che oltre a produrre un “progetto di città più giusta e vivibile”, basata sui bisogni degli abitanti e lontana da modelli di crescita economica illimitata e quantitativa, ha anche consentito a molti soggetti di prendere coscienza della necessità, per difendere la propria qualità della vita, di resistere alle sempre più spietate leggi del mercato, del profitto e della rendita che portano inevitabilmente al deterioramento dell’ambiente urbano.

Solo in questo quadro si può allora capire il senso di scelte compiute con successo, che altrimenti apparirebbero assurde o velleitarie, come quelle volte a limitare la sosta ed il transito delle auto sul lungomare, ricco di hotel e pubblici esercizi, al fine di recuperare spazi per lo svago e le relazioni. Scelte inserite in una coerente ed ininterrotta iniziativa tesa a delineare una diversa idea di città; un’idea che vuole coniugare le esigenze di spazi e relazioni a misura d’uomo espresse dalla parte più debole e sensibile della popolazione, con un’offerta turistica centrata sull’ambiente, la cultura, la pulizia, la tranquillità e la possibilità di socializzazione.

Così come può sembrare strano, per una piccola cittadina, destinare impegno e risorse locali a progetti per realizzare pozzi d’acqua potabile contro la sete e la desertificazione nel sud del mondo o regole democratiche di gestione del territorio in Albania, se non si inquadrano tali azioni in una costante e coinvolgente iniziativa sui temi della pace, della mondialità e dell’immigrazione; un’azione tesa a far cogliere ai cittadini l’interdipendenza del futuro dei popoli della terra, valorizzando a tal fine la presenza degli immigrati, con una consulta, un consigliere aggiunto, un centro servizi e una fitta serie di iniziative: come l’annuale festa antirazzista (ogni 25 Aprile) e il capodanno multietnico che cresce ad ogni nuova  edizione.

Oppure può apparire anacronistico, in un quadro di forte spinta ideologica alla privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, ottenere, con gestioni dirette o controllate da parte del Comune, risultati di efficienza, qualità ed economicità in importanti servizi di interesse pubblico se non si collocano questi risultati in una prassi di controllo democratico degli stessi servizi, esercitata in un quadro di grande trasparenza, che vede, come già detto, i quartieri e le forze sociali coinvolte nei momenti salienti della programmazione a partire dal bilancio comunale.

E’ importante rilevare come tutto ciò non venga calato dall’alto in termini “ideologici” ma sia proposto in stretta relazione con i bisogni dei cittadini; bisogni, in qualche caso mistificati e deformati dalle sirene consumistiche, che però, spesso, si “depurano” nel confronto e nella riflessione collettiva. Certamente ciò non avviene senza dare vita ad accesi dibattiti e  conflitti il cui esito non è stato e non è mai scontato. Ma è nei conflitti che emerge con chiarezza il segno delle posizioni e degli interessi in gioco.

Tutto ciò, quindi, a livello locale è possibile.

Non solo: partire dal “piccolo” e dal “locale” appare imprescindibile anche per produrre “risposte globali” in grado di assicurare un futuro all’umanità sotto ogni profilo, sociale, economico, ambientale, affinché la prospettiva di un altro mondo possibile si trasformi in un vero e proprio cantiere diffuso.

 

Massimo Rossi

 

 

 

 

 (*) Per quanto attiene la definizione dei contenuti del bilancio, sino ad oggi si sono svolte ogni anno due tornate di assemblee di quartiere alle quali la partecipazione è sempre oscillata tra le 50 e le 100 persone. Una prima (di programmazione) in autunno, una seconda (di verifica) nella tarda primavera. Nelle assemblee non si è fino ad ora votato, ma si è operata  una sintesi, che comunque è sta sistematicamente verificata nel corso dell’anno dai rappresentanti eletti dai comitati di quartiere oltre che  nell’apposita assemblea successiva. Attualmente  si è in fase di rivisitazione e regolamentazione del processo.